La recensione di Geno Pampaloni “La chiocciola di Consolo”, apparsa cinquant’anni fa su “Il Giornale”– era il 5 settembre 1976 – è stata tra le prime a richiamare l’attenzione della critica sulle ‘volute’ retoriche e stilistiche che caratterizzano il romanzo “Il sorriso dell’ignoto marinaio” di Vincenzo Consolo.
L’indagine di Pampaloni, sebbene abbia anticipato di un decennio le ricerche di Cesare Segre sulle scelte narrative dello scrittore siciliano, non ha di certo goduto di eguale fortuna. Il saggio “La costruzione a chiocciola nel Sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo” inserito da Segre nel suo “Intreccio di voci” del 1991 – ma già congedato nel 1987 come “Introduzione” all’edizione del romanzo negli “Oscar oro 9” di Mondadori – resta un riferimento imprescindibile per chi intenda penetrare il capolavoro.
Va da sé che quella della chiocciola è la password confermata vent’anni dopo dall’autore stesso e tutt’oggi utile per comprendere l’opera sin dalla nascita. Nel cercare le credenziali d’accesso, ci accorgiamo che l’username è il titolo: l’ignoto marinaio dovrebbe essere il soggetto di un celebre ritratto di Antonello da Messina, oggi custodito nel Museo Mandralisca di Cefalù. Condizionale d’obbligo: l’identificazione col marinaio mandava su tutte le furie uno storico dell’arte del calibro di Roberto Longhi, che mai l’accolse. Tanto è ignota l’identità di quel beffardo quanto misterioso è rimasto nei secoli il suo ironico sorriso. Una sola smorfia – arcana voluta di labbra – ha dischiuso una varietà sorprendente di itinerari interpretativi. Tutto è partito da lì.
A tredici anni dal romanzo d’esordio “La ferita dell’aprile”, il secondo romanzo di Consolo ha avuto difatti una genesi interessante. L’andamento parabolico si è accresciuto per inviluppi progressivi di fonti e digressioni, nuclei e varianti, diremmo per circonvoluzioni testuali che ruotano tra memoria storica e autobiografia. Vale la formula generalmente adottata da Contini per la critica delle varianti: “un lavoro perennemente mobile e non finibile”.
Andato in stampa nella storica officina torinese di Ugo Panelli su iniziativa di Giulio Einaudi nel maggio del 1976, il romanzo è seguito da due ristampe già a luglio e a settembre. Ma suo il grumo originario era apparso già nell’estate del 1969 sulla rivista “Nuovi Argomenti” diretta da Carocci, Moravia e Pasolini. Per intercessione di Enzo Siciliano, vi aveva trovato posto quel che in principio era un capitolo appena, divenuto poi il primo nella successiva e fortunata edizione Einaudi, con aggiunta di Antefatto ed Appendici. Non era stata intanto eccentrica la decisione di Consolo di inviare nel 1969 le bozze del romanzo dapprima ad una rivista d’arte: poiché incentrato sul ritratto di Antonello da Messina, l’autore pensò bene di proporlo alla famosa rivista “Paragone” diretta proprio da Roberto Longhi. Non ebbe risposta e così chiamò l’amico Siciliano.
E ancora: nell’autunno del 1975 il libraio Gaetano Manusè, siciliano anche lui ma della provincia di Enna, attivo dal dopoguerra a Milano in una bancherella diventata un’apprezzata libreria antiquaria alle spalle della chiesa di San Fedele, mutò quelle pagine iniziali nella prima audace edizione del romanzo, stampata come “libro d’arte” a Verona col titolo rimasto oggi in copertina ed impreziosita da un’acquaforte firmata da un altro illustre siciliano, Renato Guttuso. Fu recensita su “Il Giorno” del 30 novembre da Corrado Stajano che, per invogliare l’amico a completare l’opera, s’avviò ardimentoso lungo un franoso crinale critico, definendo il romanzo “un nuovo Gattopardo, ma più sottile, più intenso del romanzo di Tomasi di Lampedusa, uno Sciascia poetico, di venosa lava sanguigna e insieme razionalmente freddo nei suoi teoremi dell’intelligenza.” Da qui la querelle tra Pampaloni e Segre, Milano, Debenedetti e lo stesso Stajano: il romanzo di Consolo è “l’anti-gattopardo” o è un “gattopardo di sinistra”? Sarà l’autore stesso a far notare che il barone di Mandralisca – un aristocratico liberale di Cefalù davvero esistito, attivo nei moti del 1848, poi interessatosi all’arte e alla malacologia – non è affatto il principe di Salina. Più agile e percorribile appare tutt’oggi la linea di confronto con Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo, fosse solo per le implicazioni personali con i due scrittori.
Non c’è dubbio: ne “Il sorriso” di Consolo è stratificato il paesaggio storico siciliano di Verga e de Roberto, di Pirandello e Vittorini, come di Tomasi di Lampedusa. Ma i personaggi appaiono meglio collocati nella terra di Sciascia e Piccolo, tanto da poter ipotizzare che nel protagonista Enrico Pirajno Barone di Mandralisca si nasconda il compianto Piccolo e nel ‘deuteragonista’ Giovanni Interdonato si profili un probabilissimo Sciascia.
Per saggiare “un suggestivo anticipo” del nuovo romanzo bisognò ad ogni modo attendere la più completa – comunque non definitiva – versione apparsa il 9 dicembre 1975 su “L’Ora”, il giornale di Palermo su cui Consolo scriveva dal 1964 e ancora agli inizi del 1975, quando tornò in Sicilia per un congedo temporaneo dalla sede RAI di Milano. Seguono altre numerose edizioni, come quella tradotta in francese da Mario Fusco e Michel Sager, pubblicata a Parigi nel 1980 con prefazione di Leonardo Sciascia.
Quindici anni dopo, nel 1995, appare un’edizione scolastica del romanzo, curata da Giovanni Tesio: un invito rivolto agli studenti ad interloquire con i fratelli cospiratori Nicola e Carlo Botta, con Alessandro Guarnera e Andrea Maggio alleati di Salvatore Spinuzza, ma anche con Giovanni Palamara ed innanzitutto con i due emblematici protagonisti: lo studioso di malacologia barone di Mandralisca (1809-1864); l’avvocato e patriota Giovanni Interdonato (1810-1866), colui che il Mandralisca riconosce come l’ignoto marinaio del ritratto antonelliano. Lo sfondo storico è quello del Risorgimento meridionale, all’indomani dell’approdo di Garibaldi: i moti siciliani del 1860 ebbero amaro epilogo nel sangue, quello versato dai contadini nella rivolta di Alcàra Li Fusi, forse meno nota dei fatti di Bronte. Incrinato il potere borbonico, i contadini rivoltosi furono fucilati. Occorreva preservare l’ordine sociale: le prerogative liberal-borghesi ristabilite con violenza nell’inedita unità italiana furono l’aspra eco del misfatto con cui il sogno di libertà dei contadini oppressi fu tradito. E pensare che il barone di Mandralisca aveva tentato di difenderli.
La lunga e tortuosa genesi del romanzo ha dunque la forma di una voluta senza fine. Potremmo dire che non v’è ad oggi una versione definitiva dell’opera, avendovi Consolo messo mano a più riprese negli anni. L’edizione critica curata da Nicolò Messina nel 2007 funge da bussola nella tradizione genetica del romanzo. E la metafora della chiocciola non è stata scelta a caso: ben rappresenta la spirale creativa dello scrittore messinese, che alla linea retta breve e diretta tra l’ideazione e la produzione ha sempre preferito il gorgo di parole e stilemi. Si spiega in tal senso il pastiche linguistico che regge il romanzo, laddove il “plurilinguismo” è essenzialmente “plurivocità” utile a rinnovare il verosimile manzoniano con notizie storiche e tracce mitologiche, con voci regionali e gemme dialettali di una cultura mediterranea da cui è originata la ricca sedimentazione verbale sia della testualità latente sia dell’intreccio apparente. Consolo è un narratore che plana e scava, annoda ed intreccia l’ordito di un’infinita scrittura palinsestica, varcando con coraggio Scilla e Cariddi tra le insidie delle verità narrate e le angustie della scrittura storica. Per tale ragione Daragh O’Connell, tirando in ballo Philippe Lejeune, lo ha definito uno scrittore “palimpsestueuse”.
Basterà guardare all’architettura ipogea del carcere costruito nei sotterranei del castello a cui è dedicato il cap. VIII, la “chiocciola di terrore” in cui sono rinchiusi i ribelli di Alcàra Li Fusi ed autori dei graffiti registrati nel cap. IX. Il carcere è un labirinto, è una “immensa chiocciola con la bocca in alto e l’apice in fondo, nel bujo e putridume”.
È un’idea tenace, quella della chiocciola, che s’infiltra nelle parole per avvinghiare etimologie e mitologie in un’unica suggestiva tensione polisemica: il mito vive nelle parole, nei nomi, come quello del marchese Girolamo Gallego, signore di Sant’Agata, il primo proprietario del palazzo. Il barone Enrico annota l’altro suo cognome, il capriccioso Còcalo, che rimanda alla coclea – prima kochlías nella lingua greca, già còchlea nella latina – che rinvia alla precisa planimetria di spire infernali del carcere: “chiara la bocca e scuro il fondo chiuso”. E Cocalo, manco a dirlo, è anche il mitico re dei Sicani che in Sicilia accolse proprio Dedalo, il leggendario costruttore del labirinto di Creta.
Gli studi di Kerényi e di Eliade avranno giocato la loro parte sulla costruzione spiraliforme di una vicenda storico-sociale tarata sì sui tragici fatti del Sud, ma la cui versione testuale non cessa – tanto sul piano linguistico e strutturale quanto su quello contenutistico e ideologico – di proporre l’immagine labirintica universale di una chiocciola che danna e salva, di fatto accolta dalla critica come archetipo biologico di dinamiche esclusive, quali l’origine ancestrale, la selezione iniziatica, il decorso storico.
Il barone di Mandralisca aspira oltretutto a rinnovare l’impresa storiografica, per riscrivere la Storia procedendo dal fondo dei fatti e risalendo al presente lungo le spirali del tempo: “conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene.” E’ la parabola di crescita del giovane barone: da collezionista di curiosità storiche e pezzi d’arte a uomo impegnato in campo politico per difendere la sua terra.
Nell’abbrivio del cap. VIII Consolo cita la “Ricreatione dell’Occhio e della Mente nell’Osservation delle Chiocciole” di Filippo Buonanni, l’opera d’esordio del gesuita naturalista, pubblicata in lingua italiana nel 1681, in cui il retaggio aristotelico non impedisce di descrivere le forme delle conchiglie da un più moderno punto di vista funzionale, ma per lodare Dio: “Iddio, compreso sotto il vocabolo di Natura, in ogni suo lavoro Geometrizza, come dicean gli Antichi, onde possano con ugual fatica, e diletto nella semplice voluta d’una Chiocciola raffigurarsi i Pensieri.” È il gioco della spirale eterna: l’intento scientifico cede il passo alla finalità metaforica. Anzi, metafisica.
