Il 7 settembre di quarant’anni fa – siamo nel 1986 – Leonardo Sciascia pubblica sul settimanale “Panorama” l’articolo “Chiaro, l’ha rovinato la politica”, già apparso tre giorni prima sul n. 206 di “Notizie Radicali”, organo di stampa del Partito Radicale, col titolo “Processo Tortora: la valle del sonno”.
L’intervento dello scrittore siciliano fa breccia nelle cronache del processo di appello celebrato presso il Tribunale di Napoli contro la Nuova Camorra Organizzata (NCO). A pronunciare la requisitoria è il pubblico ministero Armando Olivares, che imbastisce la sua arringa contro Enzo Tortora, il popolare conduttore televisivo arrestato a Roma il 17 giugno 1983 con l’accusa di traffico di stupefacenti ed associazione di stampo camorristico.
Il processo era di fatto stato istruito contro l’organizzazione criminale fondata da Raffaele Cutolo agli inizi degli anni ‘70, ma per l’opinione pubblica – che distorce nomi e fatti lungo scorciatoie frettolose e impressionistiche per approdare a conclusioni affrettate e impressionanti – quello che andava concludendosi era sic et sempliciter il “processo contro Enzo Tortora”. Fu una vicenda raccapricciante il cui epilogo – com’è noto – vide, da un lato, i magistrati dover ammettere di essere incappati in un errore giudiziario indotto dalle incontrollate accuse di inaffidabili pentiti e, dall’altro, i giornalisti dover refertare i guasti procurati da versioni basate solo e soltanto sul grossolano semplicismo di massa.
Il processo di primo grado si era concluso il 17 settembre 1985 con la condanna di Tortora a dieci anni di carcere. Dopo un anno, il pm Olivares di anni ne chiede sei, perché il popolare conduttore è “vittima della politica”. Sciascia recupera l’accusa con ironia, lo fa già nel titolo dell’articolo; poi esplicita la propria perplessità: “Non si capisce perché Tortora, di fronte al diritto, di fronte alle leggi che devono giudicarlo, nella valutazione delle prove e degli indizi di colpevolezza, sia una ‘vittima della politica’.”
Secondo Sciascia, agli occhi di Olivares il povero Tortora sarebbe stato ingenuo nello scendere in politica e nel legare il proprio nome ad un partito politico. Di qui la strumentalizzazione della sua popolarità; di qui la conclusione del pubblico ministero: egli è stato “vittima della politica”. A voler pure accogliere quest’idea, ci vuol poco a capire che essa non motiva affatto la condanna. Sciascia prova a ricostruire quello che gli addetti ai lavori chiamano “nesso di causalità”: vuoi vedere che il candidarsi di Tortora e l’essere eletto nelle liste di un partito politico – e parliamo del Partito Radicale – avrebbe irritato i suoi detrattori fino a indurre finanche dei malviventi ad accanirsi nei suoi riguardi? Una cosa è certa, anzi due. La prima: la triste vicenda di cui Tortora fu vittima prova che essa fu gestita in barba ai termini di diritto che da soli sarebbero bastati per giudicare il cittadino, non il politico. La seconda: proprio questa triste vicenda prova l’“assunzione del suo caso a problema politico della giustizia in Italia.”
Qualche giorno dopo, il 15 settembre, la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Napoli sarebbe stata letta dal giudice Michele Morello: il giudizio di primo grado fu ribaltato ed Enzo Tortora fu finalmente assolto con formula piena. Il 13 giugno 1987, a quattro anni dall’arresto, la Corte di cassazione avrebbe sentenziato l’assoluzione definitiva e messo fine ad una vicenda che, dal punto di vista giudiziario e non solo, aveva messo a dura prova l’onesto e combattivo papà di “Portobello”, stremato per tre anni – nel corpo e nello spirito – dalle infamanti accuse dei pentiti fino a morirne nel maggio del 1988.
La registrazione del solenne atto finale letto in Aula dal procuratore generale Olivares desta intanto l’interesse dello scrittore siciliano o, meglio, la sua indignazione. Sciascia approccia il testo tramite la sbobinatura dell’audio-registrazione fattane da Radio Radicale e, pur tollerando i refusi e le omissioni dovute alla trasposizione, mostra non poca intransigenza allorquando rileva disseminate qui e là nel testo le “incertezze e i sobbalzi sintattici” che, in ultima analisi, ne fanno un “franare incontenibile di parole.”
Sia chiaro: allo scrittore siciliano non interessa né colpire la persona del requisitore né la sua autorità o la sua funzionale istituzionale. Ci mancherebbe. Sciascia si ferma alle parole. E tanto gli basta per spingersi oltre, fino a ragionare dell’intero sistema-giustizia: “non si sa bene contro chi si volgano questi processi napoletani, configurandosi piuttosto – a mia impressione – in una specie di autoprocesso all’amministrazione della giustizia.” Nulla di personale, dunque. C’è di peggio.
Sciascia aveva oltretutto iniziato ad occuparsi della parabola giudiziaria di Enzo Tortora già dai primi mesi successivi all’arresto del presentatore, esternando la propria contrarietà al surreale impianto accusatorio con considerazioni puntuali e razionali, lucidamente argomentate sulle colonne del “Corriere della Sera” per dimostrare la complessità di un caso che altri tentavano di liquidare con leggerezza. Nell’analisi critica della requisitoria, acuta e impietosa, Sciascia commenta il testo con l’arguzia argomentativa che è forse la cifra della sua produzione letteraria. Il testo non è – a quanto pare – dotato della “perspicuĭtas” che rende chiaro e trasparente, dunque immediatamente comprensibile, il ragionamento posto a fondamento delle argomentazioni accusatorie. Leggi un testo di Cicerone o di Quintiliano e fai presto la differenza. Sciascia non si trattiene e confessa d’avere intrapreso una lettura “faticosissima, la più faticosa in cui mi sia imbattuto in più che mezzo secolo di esercizio.”
Nella lettera del 12 maggio 1820 inoltrata a Pietro Giordani, Giacomo Leopardi scriveva: “La chiarezza è il primo debito dello scrittore.” Dargli credito – e solo un ingenuo o un presuntuoso entrerebbe in polemica con Leopardi – significa ammettere con Sciascia che innanzitutto nell’oscurità della scrittura giuridica si consuma sovente lo iato anti-democratico tra l’apparato istituzionale e la società civile. Gli fa eco Gianrico Carofiglio, che è saggista, narratore ed ex magistrato, quando più di recente scrive: “Dalla lingua del diritto, più che da ogni altra, ci aspetteremmo parole precise, in un mondo ideale. Nel mondo reale accade il contrario.”
Un docente di lingua italiana, nel compiacersi forse di una confortante complicità idealmente stretta con lo scrittore siciliano, aggiungerebbe oggi da par suo, con rispetto e non senza franchezza, che l’atto giudiziario esaminato da Sciascia è un campione di linguaggio burocratese, non certo un saggio di ‘plain language’. Da leggere a scuola così com’è per imparare a scrivere in tutt’altra maniera.
Cent’anni prima che venisse letta l’arringa napoletana, il principe del positivismo pedagogico Aristide Gabelli sognava nell’Italia post-unitaria una scuola libera da nozionismi e dogmatismi. E scriveva: “Poiché la lingua è lo specchio del pensiero, indagare il preciso significato delle parole è mettere chiarezza nelle proprie idee.”
