Goffredo Parise muore a Treviso il 31 agosto 1986. Il quarantesimo anniversario della morte può essere ascritto a quella che gli addetti ai lavori chiamano “strategia epitestuale”, che fa leva sui cosiddetti “indizi paratestuali” – come fanno le recensioni e finanche gli omaggi pubblici post-mortem – attraverso cui il lettore di Parise può costruire ‘ponti’ di ipotesi logiche per risalire ai testi del grande scrittore. Una cerimonia che sia organizzata sullo sfondo del paesaggio veneto o gli articoli commemorativi che trovino spazio su colonne di giornali popolari possono riattualizzare le opere e determinare inedite forme di ricezione dell’opera dell’illustre vicentino, quando ormai l’autore – in quanto is de cuius hereditate agitur – non può direttamente influenzarle. Ma se le opere richiamate in vita sono due in particolare, i singolari Sillabari, si scopre che le ‘soglie’ teorizzate da Gerard Genette vi s’attagliano in modo del tutto speciale. Fosse solo per il fatto che i due volumi raccolgono testi originariamente pubblicati da Parise a mo’ di ‘elzeviri’ sui giornali. La maggior parte dei primi scritti – il Sillabario n. 1, da Amore a Famiglia – esce di fatto sulla terza pagina del “Corriere della Sera” fra il 10 gennaio 1971 e il 26 agosto 1972; i secondi scritti – il Sillabario n. 2, da Felicità a Solitudine – sempre sul quotidiano di via Solferino dal 14 luglio 1973 al 20 gennaio 1980. I primi andranno in volume nel 1972 nella collana “Supercoralli” di Giulio Einaudi; i secondi troveranno posto nel 1982 nel volume della collana “Medusa” di Arnoldo Mondadori, vincitore peraltro in quell’anno del Premio Strega. Più tardi, nel 1984, le due raccolte compariranno in un unico volume tra gli Oscar Mondadori, ancora riproposto vent’anni dopo da Adelphi.
L’accesso ai Sillabari è, a ben vedere, subito assicurato dal ‘di dentro’, quasi vanificando l’apporto di commenti critici e recensioni, che restano accessori esterni indipendenti dalla volontà dell’autore. Diremmo che la scrittura di Parise riduce il potenziale narrativo al limite minimo, perché una prima soglia s’apre immediata durante la lettura e basterebbe a tutelare gli sviluppi successivi della ricezione. Eppure, di recensioni sui Sillabari ne sono arrivate, eccome. Tutte perlopiù incentrate sulla struttura e sul sistema espositivo architettato dall’autore. Ma anche sulla novità del contenuto o, meglio, sul modo originale in cui esso è argomentato.
Si tratta di una suggestione esercitata da subito leggendo il primo racconto, intitolato Amore. Natalia Ginzburg ne è piacevolmente sorpresa, lei che a leggere i libri di Parise mai s’era appassionata, anzi le erano sempre stati indifferenti. Questa volta s’accorge che è diverso. Scrive su “La Stampa” del 14 gennaio 1973: “Lo stile del racconto «Amore» mi sembrò molto contagioso”, riconoscendo di essere quasi indotta ad imitarlo per “febbre d’invidia, di impazienza e di irrequietudine”. Sarà lei, non a caso, a firmare la Prefazione all’edizione unica del 1984.
Il 9 maggio del 1973 Italo Calvino scrive una lettera a Parise, congratulandosi per l’essere riuscito a costruire il racconto in modo originale, focalizzando il vissuto attraverso dettagli selezionatissimi, con un taglio di prosa personale al punto tale da definire una precisa marca stilistica.
Ma già un anno prima, il 12 gennaio 1972, il fascino della scrittura di Parise è avvertito dal temuto e stimato critico Piero Dallamano che su “Paese Sera” mostra di aver compreso – guardando al paratesto più che al testo – l’intento dell’autore di “condensare nelle parole suggerite dall’alfabeto una esperienza di vita che vada al nocciolo.”
Sì, la “voluntas auctoris”. Quale sarà mai stata? Parise fu folgorato da un’illuminazione. Sul finire degli anni Sessanta, aveva notato in una piazza sotto casa un bambino con un sillabario aperto tra le mani alla pagina su cui potette leggere: “L’erba è verde”. Una frase semplice e poetica che rivelò in un sol colpo una verità essenziale: nella vita come nella poesia i sentimenti transitano di cuore in cuore con poche efficaci parole. Contro il vacuo ideologismo che politicizza la vita e l’inaridisce. I Sillabari fanno la rivoluzione. Due anni prima, nel 1969, il suo precedente libro di racconti “Il crematorio di Vienna” era stato salutato con favore dalla critica, non altrettanto dall’autore stesso, che ritenne di aver esagerato nella razionalizzazione. Di qui, l’idea di sviluppare dei racconti brevi in misura di elzeviri, dando respiro all’intima poeticità dei fatti e delle cose seguendone la logica eterna ed universale. Parise stesso definirà “poesie in prosa” quei racconti, la cui trama avrebbe dovuto svilupparsi a partire dalla traccia nominale (i titoli, ancora le ‘soglie’ di Genette!) di alcuni sentimenti, elencati in ordine alfabetico dalla A alla Z, fino a redigere un dizionario, anzi un sillabario degli affetti umani.
Quel remoto déclic avuto sotto casa entra dunque nel testo. “L’erba è già verde” è ad esempio la constatazione con cui Cuore, la donna così appellata nel racconto omonimo del Sillabario n. 1, osserva il primo frumento basso nell’uscire da un bosco in compagnia di un uomo che, conosciuto in gioventù, è più tardi – ormai sposata – ritrovato ed amato.
Questo sono i Sillabari: raccolte ordinate di storie semplici e profonde, attraversate da quella introspezione che, nel profilare i personaggi e le loro vicende, solca il crespare del tempo e mai diserta la realtà. E’ un libro – dirà Raffaele La Capria – “toccato dalla grazia”.
La “raccontabilità” del mondo di cui parla Cesare Garboli nell’elogiare la capacità affabulatoria di Parise può essere allora motivata anche da questa abilità di tramare tessuti narrativi con un solo filo espositivo, quello dei sentimenti. La giuria dello Strega – nel motivare il premio – dirà che, in sostanza, il focus dei Sillabari sono “esperienze semplici e fondamentali che fanno una vita”.
Il caso di Parise prova intanto che l’esuberanza dell’epitesto può avere effetti positivi e promettenti, la cui fecondità è misurata nel tempo. E’ questa in fondo la benevola strategia degli anniversari, dove basta una data a far ridondare un titolo e a seminare nuovi indizi.
È così che un’asserzione elementare come “l’erba è verde” diventa anche il titolo del saggio biografico di Paola di Giuseppe, che ha per sottotitolo “Viaggi e approdi di Goffredo Parise” (CN Tascabili di Oligo Editore 2026), pubblicato in occasione dei quarant’anni dalla morte di Parise e segnalato come meritevole di attenzione alla 45° edizione del Premio letterario “Giovanni Comisso” di Treviso.
Nel tempo della parola consumata e violata gli studenti potrebbero risalire dal paratesto al testo dei Sillabari di Parise, oscillando sull’altalena della critica tra i testi scritti dall’autore e quelli scritti dai suoi interpreti recensori e prefatori, per esercitarsi nel disbrigo della vita come nell’analisi letteraria, magari facendo propria l’osservazione dell’autorevolissimo Dallamano “il libro può figurare come un invito ad una vergine riscoperta delle parole.” Una riscoperta utile, anzi necessaria per un’ecologia testuale che preservi la parola dall’arsura di una razionalità tecnicizzante. Chiedendosi magari perché mai l’autore avesse poi scelto di interrompere la sua raccolta alla lettera S, lasciando incompiuto il Sillabario n. 2. La ragione sarebbe stata spiegata dall’autore stesso nell’Avvertenza all’edizione del 1982, affidata ancora una volta – non avevamo dubbi – alle amorevoli cure del paratesto.
