TRILOGIA DELL’INGANNO – Il nous di Antigone, Mirtilla e Nora è un’iniziativa scenico-teatrale promossa dall’associazione Hera Creativa che si terrà il 26 agosto alle 21 nel Giardino Vecchio, via Ponte Marmoreo 1. Si tratta di un adattamento di Oscar Nicodemo che sarà recitato dalla voce narrante dell’attrice Brunella Caputo, con allestimento scenico di Bruna Alfieri e segni pittorici di Marco Vecchio.
In Antigone, Mirtilla e Nora, tre donne mutuate da testi classici e moderni, Oscar Nicodemo scopre un filo comune che attraversa il tempo e le rende simili, perché ribelli alle norme del patriarcato e dei poteri costituiti che opprimono la loro vita e perché decise a riscattare la propria dignità di persone, la propria autonomia morale e civile.
Antigone incarna per prima la norma etica contro la legge dello Stato. Si oppone a Creonte pur di dare degna sepoltura a suo fratello. Sceglie la morte pur di non tradire la coerenza del proprio pensiero.
Mirtilla rifiuta nettamente l’imposizione delle convenzioni nel campo amoroso e rivendica l’assoluta libertà di esprimere il proprio desiderio e di scegliere l’oggetto del proprio amore.
Nora, la nota protagonista dell’opera di Ibsen Casa di bambola, fugge dal ruolo imposto dalla società borghese di moglie-oggetto, non esitando a lasciare alle sue spalle la famiglia per affermare la sua indipendenza soggettiva. Una trilogia di negazione dell’autoritarismo sociale e maschile. Ciascuna affronta l’emarginazione dopo la sua scelta. La lettura scenica, già di per sé, consente di esprimere la forza delle parole e l’evoluzione interiore delle tre eroine senza necessità di grandi apparati scenografici.
L’autore spiega il succedersi degli episodi scelti in ognuna delle tre magistrali opere:
«I primi 5 stasimi dell’Antigone di Sofocle rappresentano i canti corali che scandiscono la tragedia, offrendo riflessioni profonde sul destino, sull’amore e sulla legge. I testi si concentrano ciascuno su un tema filosofico e mitologico differente. Nel primo abbiamo la grandezza e l’ambiguità dell’uomo: il Coro esalta l’ingegno umano, capace di dominare la natura, solcare i mari e soggiogare gli animali. Tuttavia, ricorda che la più grande sfida dell’uomo è sapersi governare rispettando le leggi della città e degli Dei, altrimenti la sua intelligenza può portarlo alla rovina. Nel secondo la maledizione degli Atridi: il Coro riflette sull’inesorabile potenza della volontà divina e sulla maledizione che colpisce la stirpe di Edipo di generazione in generazione. Nel terzo Stasimo, l’invincibile potenza di Eros: il Coro canta la forza incontrastata e irrazionale dell’amore passionale, capace di vincere su uomini e dèi e di spingere anche le persone più sagge (come Emone ed Eteocle/Polinice) a compiere atti estremi. Nel quarto Stasimo, il destino ineluttabile e il mito: il Coro consola Antigone, che viene portata a morire, ricordando figure mitiche del passato che condivisero una sorte di prigionia e sofferenza (Danae, Licurgo e Cleopatra). Nel quinto Stasimo, l’invocazione a Bacco (Dioniso): il Coro si rivolge al dio Dioniso invocando il suo aiuto per purificare la città e liberarla dal lutto, dalla violenza e dal dolore che la stanno devastando.
Il prologo della Mirtilla (1588) di Isabella Andreini mette in scena il dialogo tra Venere e Amore. Amore spiega di essere fuggito sulla Terra per punire gli “alteri spreggiatori”, mentre Venere si interroga sulle querele che i mortali rivolgono al figlio, lamentando le pene e gli amori infelici. Gli Dei hanno lamentele: Venere chiede al figlio il motivo del suo allontanamento dal Cielo, rimproverandogli la fama di “tiranno, micidiale, empio e fallace”. La risposta di Amore: il dio confessa di essere disceso tra i boschi e i pastori per placare i tormenti degli umani e per punire severamente chi disprezza il suo potere. Madre e figlio decidono di rimanere invisibili per osservare da vicino le vicissitudini e le pene d’amore dei pastori e delle ninfe, come Uranio e Tirsi. Il prologo introduce una classica cornice mitologica e pastorale che modella la narrazione dell’intera opera.
Il brano in assoluto più sintomatico di “Casa di bambola”, di Henrik Ibsen, è il monologo finale di Nora nel terzo atto, che, francamente, a me è sempre apparso come il manifesto della moderna emancipazione femminile. In questo passaggio, la protagonista prende piena consapevolezza della propria sottomissione e abbandona la casa. Il momento culminante si ha quando Nora affronta il marito Torvald, la cui voce, nel passo che vi propongo, l’ho totalmente cancellata mediante uno stratagemma letterario, avvertendola come banale interruzione del fluire dialettico di Nora.»
