Ore 7,12 del mattino mentre la città corre, c’è una madre che aspetta . Aspetta che suo figlio trovi il coraggio di infilare la maglietta , perché oggi il tessuto “ Pizzica” E’ un attesa silenziosa , che nessuno vede ma che regge il mondo.
In quella attesa sospesa c’è tutto il loro mondo che non si vede. Questa scena non è una eccezione, Accade a scuola, negli ambulatori, nei supermercati, nei corridoi delle terapie, nei pomeriggi che sembrano infiniti, Accade ovunque il percorso di un bambino autistico si intreccia con quello di chi lo ama e lo accompagna. E’ un ritmo diverso , fatto di pause , di tentativi, di micro-vittorie che nessuno celebra. Eppure nonostante la forza che serve per attraversare ogni giornata, queste famiglie restano quasi sempre sullo sfondo. La loro presenza è costante, ma la loro esperienza scivola via dallo sguardo collettivo.
Forse ci piace pensare che non esistono- Che quelle famiglie non siano veramente tra noi , nelle nostre strade, nelle nostre scuole, nelle nostre sale di attesa è più semplice immaginarle come eccezioni lontane , casi particolari storie che riguardano altri. E’ un meccanismo di difesa collettivo; se non lo vediamo, non dobbiamo fare i conti con la complessità, con la fatica , con la responsabilità di costruire una società che include davvero.
E’ cosi l’invisibilità diventa comoda per le istituzioni, che possono rimandare, comoda per la comunità che puo’ voltarsi dall’altra parte. Comoda per chi non vuole interrogarsi su cosa significhi crescere un figlio che ha bisogno di un mondo più lento e più attento. Ma queste invisibilità non cancellano la realtà. Le famiglie ci sono, ogni giorno, e reggono un peso che non si vede perché nessuno lo guarda . E più restano fuori dal campo visivo, più diventa facile fingere che il problema non esista che non ci riguardi che non sia urgente. Ho saputo di Villaggi vacanze che preferiscono non averne tanti, perché “Visibilmente“ disturbano l’idea di spensieratezza. Perché chi va in vacanza – dicono – non vuole vedere. Non vuole vedere la fatica la diversità dei comportamenti, le crisi improvvise, i tempi più lenti. E’ come se la presenza di un bambino autistico incrinasse la cartolina perfetta del relax, come se ricordasse a tutti che la vita non è sempre lineare, ne semplice, ne controllabile. E allora si sceglie la via più facile più comoda: far finta che non esistono. Non è cattiveria dichiarata, è rimozione. E’ il desiderio di proteggere una immagine, un idea di normalità che non ammette deviazioni Questa esclusione silenziosa dice molto di più di mille discorsi sull’inclusione. Dice che la società accoglie finchè non deve cambiare ritmo. Finchè non deve fare spazio. Finchè la diversità resta teorica, lontana, astratta.
Eppure queste famiglie esistono e “aspettano che il figlio si infili la maglietta che punge e fa paura” e hanno il diritto di stare ovunque : al mare , in piscina in un ristorante in una stanza di albergo.
Hanno il diritto alla leggerezza alla vacanza .alla normalità Non devono chiedere permesso per esistere.
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