Il conflitto tra generazioni nasce anche dalla distanza tra i valori proclamati dagli adulti e i comportamenti che concretamente adottano. L’ipocrisia, le contraddizioni e i tentativi di condizionamento alimentano la diffidenza dei giovani, spesso costretti a rivendicare il proprio spazio in una società che fatica ad ascoltarli e a riconoscerne le aspirazioni. Comprendere le ragioni della loro insofferenza significa interrogarsi sulle responsabilità individuali e collettive e sulla necessità di ricostruire un rapporto fondato sulla sincerità, sul rispetto reciproco e sulla fiducia.
Le contraddizioni degli adulti
Perché gli adulti guardano spesso i giovani con diffidenza, pretendono di orientarli e finiscono per interpretare ogni forma di dissenso come un segno di immaturità? Forse perché riconoscere loro il diritto di pensare autonomamente significa accettare che non sempre condividano le nostre idee e che possano mettere in discussione abitudini, certezze e modelli consolidati.
Gli adulti non sono esenti da contraddizioni. Predicano la sincerità, ma talvolta ricorrono all’ambiguità; invocano il rispetto, ma non sempre lo praticano; chiedono ai ragazzi responsabilità, senza interrogarsi abbastanza sull’esempio che offrono loro. Intanto, le nuove generazioni si confrontano con difficoltà economiche, precarietà e prospettive incerte, mentre si sentono spesso giudicate prima ancora di essere ascoltate.
Anche i gesti apparentemente generosi possono nascondere aspettative, condizionamenti o interessi personali. Non si può chiedere sincerità ricorrendo all’ambiguità, né pretendere fiducia quando le parole non trovano riscontro nei comportamenti. È difficile costruire un rapporto autentico con i giovani se si continua a considerarli interlocutori da correggere anziché persone con cui confrontarsi.
La ribellione tra autonomia e responsabilità
I giovani possono sbagliare, come sbagliano gli adulti. La differenza sta anche nel modo in cui vengono giudicati. Un comportamento individuale può essere criticato e, quando necessario, sanzionato, ma non dovrebbe trasformarsi automaticamente in una condanna collettiva di un’intera generazione. Allo stesso modo, comprendere le ragioni di una protesta non significa giustificare la violenza o minimizzare i danni provocati.
Gli scontri e le devastazioni verificatisi a Milano il 17 e il 18 ottobre 2026 hanno riacceso il dibattito sulla protesta giovanile e sui confini della responsabilità individuale. In questo contesto si colloca la vicenda di Youssef Siher, amministratore del canale Telegram denominato «Movimento 17 ottobre», fermato il 24 ottobre nell’ambito di un’indagine per ipotesi di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata in manifestazioni pubbliche.
Il 28 ottobre la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni non ha convalidato il fermo e ha respinto la richiesta della Procura di applicare la custodia cautelare in carcere. Nel provvedimento, la giudice ha ritenuto che non sussistessero gravi indizi di colpevolezza per i reati contestati. Ha inoltre rilevato che i messaggi esaminati non contenevano concreti inviti alla violenza e che le iniziative attribuite a Siher erano riconducibili alla promozione di forme di protesta e di disobbedienza civile. Si tratta di una decisione relativa al fermo e alla misura cautelare, non di una sentenza definitiva sul merito dell’intera vicenda.
Un ulteriore elemento riguarda la cronologia. Il canale era stato creato dopo gli episodi di devastazione, circostanza che impone cautela nell’attribuire a Siher la responsabilità di fatti precedenti sulla sola base del ruolo ricoperto nel gruppo.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito «vergognosa» la decisione della giudice, sostenendo che mortificasse il lavoro delle forze dell’ordine e degli investigatori. In seguito ha riconosciuto di avere utilizzato un tempo verbale sbagliato nel riferirsi al rapporto tra il canale e le devastazioni, precisando che queste ultime erano avvenute prima della sua creazione.
È proprio in situazioni come questa che avverto il rischio di una contrapposizione impropria tra istituzioni. Le forze dell’ordine svolgono un compito fondamentale, ma anche la magistratura deve poter valutare gli elementi disponibili senza essere sottoposta alla pressione di aspettative politiche o dell’opinione pubblica. Una decisione giudiziaria può essere criticata e discussa, ma il dissenso dovrebbe fondarsi sugli atti e rispettare l’autonomia di chi è chiamato a giudicare.
Il 29 ottobre è stata chiesta al Consiglio superiore della magistratura l’apertura di una pratica a tutela della giudice Landoni, in relazione alle dichiarazioni della presidente del Consiglio. La vicenda riporta al centro una questione che riguarda tutti, non soltanto i giovani. Quale idea del rispetto delle istituzioni trasmettiamo alle nuove generazioni quando chiediamo loro di riconoscere l’autorità, ma rischiamo di delegittimare chi esercita una funzione costituzionale perché una decisione non corrisponde alle nostre aspettative?
Oltre quarant’anni accanto ai giovani
La mia esperienza di oltre quarant’anni di insegnamento nelle scuole secondarie di secondo grado, insieme alle attività svolte in ambito universitario, mi ha permesso di conoscere generazioni diverse, di ascoltarne le inquietudini e di osservarne i cambiamenti. Non ho mai pensato che insegnare significasse salire su un piedistallo e impartire lezioni di vita. La prima lezione, per me, cominciava da un invito molto semplice.
«So delle cose che voi non sapete, sapete delle cose che io non so… conosciamoci».
Era il modo con cui cercavo di stabilire fin dall’inizio un rapporto fondato sulla reciprocità. Io avevo conoscenze da trasmettere, ma loro avevano esperienze, sensibilità e punti di vista che meritavano di essere ascoltati. La relazione educativa non poteva ridursi a una comunicazione unidirezionale, né l’autorità dell’insegnante poteva trasformarsi in pretesa di infallibilità.
Ho incontrato studenti con difficoltà espressive, ragazzi insicuri, giovani capaci di intuizioni profonde e altri che avevano bisogno di tempo per trovare le parole giuste. Una frase incerta, un errore linguistico o un’esposizione poco efficace non sono prove di incapacità intellettuale. Sono aspetti che si possono migliorare attraverso lo studio, la lettura, l’esercizio e il confronto.
Educare significa anche riconoscere il punto da cui ciascuno parte, senza rinunciare alla richiesta di impegno. Significa correggere senza umiliare, orientare senza imporre e aiutare a crescere senza soffocare l’autonomia. È un lavoro che richiede pazienza e coerenza, ma soprattutto la disponibilità a considerare i ragazzi persone in formazione, non avversari da mettere al loro posto.
Giovani sotto esame davanti alle telecamere
Mi colpisce la facilità con cui, in alcune interviste televisive e nei contenuti diffusi sui social, i giovani vengono messi alla prova davanti alle telecamere. Si cercano l’incertezza, la risposta sbagliata, la parola fuori posto; si isolano le esitazioni e si trasformano le difficoltà espressive in occasioni di derisione. A volte si contrappongono ragazzi con idee diverse come se il confronto dovesse necessariamente diventare uno scontro.
Il problema non è pretendere dai giovani preparazione e capacità argomentativa. Al contrario, la conoscenza della lingua italiana, la precisione del lessico e la capacità di sostenere le proprie opinioni sono strumenti indispensabili per partecipare consapevolmente alla vita pubblica. Il problema nasce quando si dimentica che tali competenze si costruiscono nel tempo e che nessuno impara a esprimersi meglio attraverso l’umiliazione.
La lingua non è soltanto un insieme di regole grammaticali. È uno strumento di pensiero, relazione e partecipazione. Chi possiede maggiori competenze linguistiche ha il dovere di utilizzarle per favorire la comprensione, non per mettere in ridicolo chi ne possiede meno. E chi intervista un giovane dovrebbe essere interessato a ciò che pensa, non soltanto a coglierlo in fallo.
Il giornalismo ha una responsabilità importante nel modo in cui rappresenta le nuove generazioni. Può contribuire a comprendere le ragioni del disagio, le aspirazioni e le contraddizioni dei ragazzi, oppure può alimentare stereotipi che li descrivono come superficiali, impreparati o incapaci di assumersi responsabilità. La differenza dipende anche dalla qualità delle domande e dalla disponibilità ad ascoltare risposte che non confermino necessariamente le convinzioni di chi le pone.
Chi semina vento
Non intendo idealizzare i giovani né sostenere che ogni loro protesta sia giusta. Chiedo, piuttosto, che si applichi loro lo stesso criterio di giudizio che vorremmo fosse riservato agli adulti. Le responsabilità vanno accertate individualmente, i comportamenti valutati sulla base dei fatti e le eventuali colpe dimostrate. Una generazione non può essere condannata per le azioni di alcuni suoi componenti, così come una protesta non può essere liquidata senza comprenderne le ragioni.
Ascoltare non significa approvare tutto. Significa riconoscere all’altro il diritto di esprimersi e assumersi la responsabilità di rispondere con argomenti, non con pregiudizi. Significa anche accettare che il dissenso possa mettere in discussione le nostre certezze e che la fiducia non si ottenga invocando obbedienza, ma dimostrando coerenza.
Dopo tanti anni trascorsi accanto ai giovani, continuo a credere che il dialogo sia possibile, purché non venga ridotto a una formula di circostanza. Occorrono adulti disposti a interrogarsi sui propri comportamenti, istituzioni capaci di ascoltare e mezzi d’informazione che non confondano la critica con la derisione. Occorre, soprattutto, restituire ai ragazzi uno spazio nel quale possano esprimersi, sbagliare, imparare e diventare cittadini consapevoli.
Se gli adulti preferiscono delegittimare anziché educare, se il giornalismo privilegia la derisione rispetto alla comprensione e se il confronto viene sostituito dalla contrapposizione, non possiamo stupirci della crescente insofferenza giovanile.
Chi semina vento, raccoglie tempesta. E forse, prima di condannare la ribellione dei ragazzi, dovremmo domandarci quanta parte di quella tempesta sia stata alimentata proprio da chi oggi pretende di denunciarla.
