Le dichiarazioni politiche si rincorrono, la propaganda occupa il dibattito pubblico e i bisogni reali rischiano di rimanere sullo sfondo. Intanto, povertà, precarietà e disuguaglianze continuano a segnare la vita di milioni di persone. Questo editoriale richiama la necessità di una società meno aggressiva e più giusta, nella quale la sicurezza non si confonda con la sola repressione e il senso civico si costruisca attraverso l’esempio, la solidarietà e il rispetto della dignità umana.
Il rumore delle pance vuote
Un governo che governa dovrebbe essere in grado di educare ogni cittadino al senso civico? Certamente sì, non attraverso la paura o l’obbedienza cieca, ma mediante l’esempio, la giustizia e il rispetto dei diritti. Governare significa assumersi la responsabilità di una comunità, soprattutto di chi vive ai margini, di chi non ha voce e di chi rischia di perdere fiducia nelle istituzioni.
Eppure, le questioni che lacerano il tessuto sociale, dalla povertà all’omertà, sembrano scivolare sulla pelle dei più giovani. Il rumore delle pance vuote non riesce a sovrastare il frastuono delle parole, mentre sulle tavole imbandite dei privilegiati continuano ad accumularsi le lasagne alla bolognese di un potere che rischia di essere troppo occupato a celebrare sé stesso per ascoltare chi è in difficoltà.
È un’immagine volutamente ironica, perché amaro è il contrasto tra chi deve fare i conti con il costo del pane, delle bollette e degli affitti e chi sembra aver smarrito la percezione delle difficoltà altrui. Non è una questione di invidia sociale, ma di dignità, di misura e di responsabilità collettiva.
Le parole non sfamano
Non se ne può più delle dichiarazioni che si rincorrono nei salotti televisivi, delle promesse che non diventano risposte e di una comunicazione politica che rischia di trasformare ogni emergenza in un’occasione di propaganda elettorale. La vita quotidiana, tuttavia, non è uno spettacolo. Le famiglie non pagano le bollette con gli slogan e i giovani non costruiscono il proprio futuro ascoltando promesse.
Secondo l’ISTAT, nel 2025 oltre 5,4 milioni di persone vivevano in povertà assoluta in Italia. Nel Mezzogiorno la condizione riguardava il 9,6% delle famiglie. Inoltre, il 22,6% della popolazione italiana era a rischio di povertà o esclusione sociale. Sono dati consultabili nei rapporti ufficiali sulla povertà in Italia e sulle condizioni di vita e di reddito delle famiglie.
Anche il futuro dei giovani dovrebbe essere una priorità. Nel 2025, la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiavano e non lavoravano raggiungeva il 20,2% nel Mezzogiorno, contro l’8,7% del Nord, secondo i dati ISTAT richiamati dall’INAPP. Non basta invitare i ragazzi a essere intraprendenti se le opportunità non sono distribuite in modo adeguato. Servono formazione, lavoro e servizi, affinché costruire un progetto di vita non diventi un privilegio.
La sicurezza non ha bisogno di muscoli esibiti
Abbiamo bisogno di tranquillità, gentilezza e rispetto reciproco. Parole semplici, quasi fuori moda in un dibattito pubblico che troppo spesso premia l’aggressività e scambia la fermezza con l’assenza di ascolto.
La sicurezza è un diritto, ma non può ridursi all’esibizione della forza. Le forze dell’ordine svolgono una funzione essenziale, ma la tutela della collettività richiede anche prevenzione, servizi territoriali, sostegno alle famiglie, opportunità formative e lavoro dignitoso. Non ogni fragilità è una minaccia e non ogni conflitto si risolve con la repressione.
Una società più sicura è quella in cui le persone non vengono abbandonate al disagio, i giovani dispongono di prospettive e le istituzioni intervengono prima che una difficoltà diventi un’emergenza. La legalità deve accompagnarsi alla giustizia sociale, altrimenti rischia di essere percepita soltanto come un’imposizione.
La gentilezza non è debolezza e la solidarietà non è una concessione. Sono strumenti di civiltà. Il senso civico nasce anche dalla fiducia in istituzioni che rispettano i cittadini e non li abbandonano quando diventano vulnerabili.
Il giornalismo non sia il megafono del potere
Quale responsabilità si assume il giornalismo quando il dibattito pubblico si esaurisce nella ripetizione delle dichiarazioni dei governanti? Quale spazio rimane per le domande scomode, per le voci degli esclusi e per le questioni che non garantiscono clamore e visibilità?
Il problema non riguarda i singoli volti della televisione, ma un modello comunicativo nel quale la visibilità rischia di prevalere sull’approfondimento e la polemica sulla comprensione dei problemi. Il giornalismo dovrebbe verificare, interrogare, contestualizzare e dare voce anche a chi non dispone di una tribuna mediatica. Non deve compiacere il potere, né contrastarlo per principio, ma conservare indipendenza e rigore.
I cittadini hanno diritto a un’informazione che non si limiti a raccontare ciò che il potere dichiara, ma che verifichi ciò che realizza, quali risultati ottiene e quali problemi rimangono irrisolti. Anche il giornalismo locale può contribuire a rompere il silenzio sulle difficoltà dei territori, portando all’attenzione nazionale le esperienze di chi troppo spesso rimane ai margini della scena pubblica.
La dignità non si serve in tavola come una pietanza
A chi governa spetta il compito di ricomporre le fratture sociali, ridurre le disuguaglianze e ricostruire la fiducia. La propaganda può riempire gli schermi, ma non può sostituire il pane, il lavoro, la dignità e la speranza.
Le lasagne della nostra metafora restano sulla tavola di un potere che rischia di essere troppo sazio di sé stesso, mentre fuori c’è chi aspetta risposte concrete. Non basta indignarsi. Bisogna chiedere servizi efficienti, opportunità per i giovani, sostegni adeguati alle famiglie e politiche capaci di ridurre le disuguaglianze. E bisogna pretendere che i risultati siano verificabili, non soltanto annunciati.
Abbiamo bisogno di una politica che ascolti prima di parlare, di istituzioni credibili e di un’informazione libera. Abbiamo bisogno di cittadini consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri, non di persone assuefatte all’aggressività del linguaggio pubblico.
La vera emergenza non è il rumore di chi reclama giustizia, ma il silenzio di chi ha smesso di credere che la giustizia sia ancora possibile. Quando un giovane non riesce a immaginare il proprio futuro e una famiglia si sente abbandonata davanti alle difficoltà, la coesione sociale si indebolisce.
Non se ne può più delle parole che non diventano fatti. Abbiamo bisogno di tranquillità, gentilezza e rispetto, ma anche di decisioni capaci di restituire alle persone la certezza di non essere state dimenticate.
La dignità non si governa con la propaganda. Non è una pietanza da servire a parole quando conviene, né un privilegio riservato a chi siede alla tavola giusta. È il fondamento di una società civile e la prima responsabilità di chi pretende di governarla.
Fonti
