Giovedì 28 maggio alle 18.30 si terrà al Complesso San Michele la mostra «Spazi atemporali» di Bartolomeo Gatto, che rivisita alcune delle opere del poliedrico artista, pittore e scultore. L’esposizione punta anche su alcune opere del tutto inedite dell’ultimo periodo della sua vita.
Nella serata inaugurale, ai saluti istituzionali del presidente Carisal Domenico Credendino, del direttore Carisal Francesco Paolo Innamorato e del presidente Opificio Art Vincenzo Adinolfi, seguiranno gli interventi del critico d’arte Gabriella Taddeo, della dirigente del Liceo Artistico Sabatini-Menna Renata Florimonte e dell’architetto Carla Gatto della Fondazione B. Gatto. Modererà la serata il giornalista e vicepresidente di Opificio Art Stefano Pignataro.
Nello scritto critico che affianca l’esposizione, Gabriella Taddeo evidenzia che «Un costante e intenso ardore ancestrale anima l’attività artistica di Bartolomeo Gatto: è Madre Terra, inesauribile forza creatrice che domina e catalizza il suo sguardo, transitando con fluidità dalle sue opere pittoriche, dense di forme e colori, alle sue slanciate sculture. È la divinità primordiale, Gea, fonte di vita e fertilità, che ha preceduto gli dei dell’Olimpo, a farsi sua materia ricorrente, dall’aspetto di roccia frammentata in blocchi compatti e fortemente cromatici. È stato chiamato “lo scultore delle pietre amanti” da Everardo Dalla Noce sia per “L’Abbraccio”, arredo urbano che l’artista ha installato anni fa a Salerno, sia per la sua predilezione per questi grandi volumi anche in pittura.
Ma la roccia, lungo la storia e la mitologia, è stata immagine dai molteplici volti. Ricorrono costantemente sia la pietra sia la roccia nei testi biblici, potente archetipo di stabilità, di rifugio salvifico, resistente alle avversità del mondo. Il Padre supremo nell’Antico Testamento è esso stesso “roccia eterna”, salvezza per il suo popolo, mentre la Chiesa è stata costruita sulla pietra e la fede ne è divenuta solido fondamento. Ma questo simbolo di forza aveva invece valenza negativa ai tempi della mitologia ellenica, con la storia di Sisifo narrata da Omero e successivamente rivisitata dal filosofo esistenzialista Albert Camus. Sisifo, re di Corinto condannato dagli dei a spingere un masso sulla montagna solo per vederlo ogni volta ricadere, secondo Camus incarna la metafora del nonsenso della vita e dell’inutilità degli sforzi umani nel cambiare il destino che sovrasta la specie umana. In Bartolomeo Gatto questa atavica ambivalenza sicuramente permane sotto la superficie, ma la brillantezza della sua tavolozza cromatica fa certamente prevalere un senso non nichilista, bensì rivolto alla solidità, all’equilibrio, alla vitalità. Una vitalità che mette pienamente in luce Pierre Restany nell’osservare che “Le pietre di Gatto non sono gelide, non sono fredde come quelle della città dei morti. Hanno una pelle vibrante, un’epidermide calda e sensibile… ma quando la pietra si fa carne tutti i brividi dei sentimenti sono presenti e danno vita giusta a questi elementi esistenziali che diventano nostri perché sono assunti e percepiti come nostri”».
Accanto al percorso espositivo dedicato a «Spazi Atemporali», la mostra si arricchisce di una sezione speciale pensata per restituire al pubblico una dimensione fondamentale della ricerca artistica di Bartolomeo Gatto: la realizzazione di grandi opere scultoree in pietra installate in spazi pubblici del territorio salernitano.
L’impossibilità di trasferire all’interno del Complesso San Michele alcune delle monumentali sculture realizzate dall’artista ha suggerito una scelta curatoriale che si è trasformata in occasione di approfondimento e valorizzazione. Nasce così un dialogo tra la mostra e il territorio, attraverso un percorso fotografico che porta simbolicamente dentro gli spazi espositivi opere concepite per vivere all’aperto, nel rapporto diretto con la comunità e con il paesaggio.
Le immagini, realizzate dal fotografo Valentino Petrosino, presidente dell’Associazione Culturale Lab 147, offrono una personale interpretazione delle opere di Bartolomeo Gatto, mettendo in evidenza il dialogo tra materia e luce. Attraverso la fotografia, le opere vengono reinterpretate in una nuova dimensione narrativa e visiva, capace di amplificarne il valore simbolico ed emotivo.
Il percorso comprende le sculture Abbraccio, installata in Piazza del Carmine a Salerno; Inseguendo la Pace, esposta nel Giardino degli Aranci di Giffoni Valle Piana; Verso il futuro, collocata nella Villa Comunale di Coperchia, frazione di Pellezzano; e Incontro, custodita presso la sede della Fondazione Bartolomeo Gatto a Giovi.
Questa sezione della mostra rappresenta non soltanto un omaggio alla produzione monumentale dell’artista, ma anche un racconto del profondo legame tra Bartolomeo Gatto e il territorio della provincia di Salerno, luogo che ha accolto e custodito molte delle sue opere pubbliche, trasformandole nel tempo in punti di riferimento identitari e culturali.
Ulteriore elemento di valore del progetto espositivo è il coinvolgimento degli studenti del Liceo Artistico Sabatini-Menna, protagonisti di un percorso formativo dedicato alla conoscenza dell’artista e della sua eredità culturale. Nell’ambito delle attività promosse durante l’anno scolastico, la Fondazione Bartolomeo Gatto ha accolto gli studenti presso quello che fu lo studio del Maestro, offrendo loro un’esperienza diretta di studio, osservazione e confronto con i luoghi della sua produzione artistica.
Parallelamente, gli studenti del corso di Audiovisivo hanno realizzato una video-intervista dedicata all’esperienza vissuta e al significato dell’arte come valore condiviso, contribuendo con uno sguardo contemporaneo alla narrazione dell’opera e della figura di Bartolomeo Gatto. I lavori prodotti dagli studenti, insieme al video realizzato, entrano a far parte integrante della mostra, ampliandone il valore culturale e trasformando l’esposizione in uno spazio di dialogo tra memoria, territorio e nuove generazioni.
