
Milano, 4 dicembre 2025 — Il mondo scintillante del lusso italiano è al centro di un’inchiesta della Procura di Milano sul caporalato nella filiera della moda. L’indagine, che ha richiesto documenti a 13 marchi internazionali, mira a chiarire eventuali responsabilità nello sfruttamento del lavoro nei laboratori in subappalto.
Gli investigatori hanno ricostruito una situazione drammatica: 203 lavoratori sfruttati, prevalentemente di origine cinese, scoperti in opifici irregolari. Turni estenuanti, retribuzioni minime, assenza di misure di sicurezza e dormitori improvvisati tra macchinari e tessuti: una realtà ben lontana dalle immagini patinate delle campagne pubblicitarie.
Tra i brand coinvolti nella richiesta di documenti figurano nomi di spicco come Dolce & Gabbana, Prada, Gucci, Versace, Ferragamo, Missoni, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen e Off-White. Sebbene le maison non siano indagate, dovranno dimostrare di aver esercitato un controllo adeguato sui propri fornitori e sui subappalti, dove si concentrano le irregolarità.
Questa inchiesta segue casi simili che avevano già interessato Valentino e Loro Piana, portando alla tutela giudiziaria delle società operative. Tuttavia, l’impatto attuale è molto più ampio e il settore teme un danno d’immagine a livello globale.
Secondo gli inquirenti, il problema è strutturale: filiere complesse, controlli insufficienti e la corsa alla produzione rapida e a basso costo favoriscono lo sfruttamento. Per l’industria del lusso, invece, questa rappresenta un’occasione cruciale — forse l’ultima — per dimostrare trasparenza e responsabilità.
Il “Made in Italy”, simbolo di eccellenza mondiale, si trova di fronte a una scelta determinante: dimostrare che dietro l’etichetta del lusso non si celi il prezzo umano più alto.