A luglio 2026 ha tagliato il traguardo dei 70 anni, portando con sé una vita attraversata dall’arte, dalla fede, dalla scrittura e anche da prove profonde. Agata Senatore, artista, poetessa e scrittrice salernitana, continua però a raccontarsi con un sorriso che sembra essere diventato, nel tempo, una vera dichiarazione d’intenti: scegliere la luce anche quando la memoria conduce verso momenti dolorosi.
Da circa sessant’anni l’arte accompagna il suo cammino. Una vocazione nata prestissimo, già sui banchi delle scuole medie, quando pittura e scrittura iniziarono a intrecciarsi con un’altra dimensione destinata a segnare profondamente la sua esistenza: quella spirituale. Tre fili che ancora oggi attraversano la sua produzione artistica e letteraria e che ritornano nei ricordi dell’infanzia, nel rapporto con la fede e nel desiderio di trasformare le ferite personali in occasioni di ascolto e condivisione.
Proprio nelle ultime ore un’emozione particolare ha riportato Agata a quella dimensione spirituale vissuta fin da bambina. La visione del film dedicato a Carlo Acutis, il giovane italiano canonizzato dalla Chiesa cattolica, l’ha colpita profondamente. Nel racconto della sua fede e del suo rapporto spontaneo con Dio, Senatore ha riconosciuto qualcosa della bambina che era stata: una bambina capace persino di salire su un albero per cercare un luogo tutto suo dal quale parlare con il Signore.
È da questo intreccio di memoria, arte e spiritualità che prende forma il nostro incontro. Un viaggio nei settant’anni di Agata Senatore, tra la perdita precoce della madre, gli incontri che hanno segnato la sua formazione, l’impegno nel sociale, i libri nati dalle pagine dei suoi diari e un nuovo progetto dedicato alle ferite dell’infanzia.
E forse il punto di partenza non può che essere proprio quel sorriso che, ancora oggi, accompagna il suo modo di stare al mondo.
Agata, a luglio hai compiuto 70 anni. Guardandoti indietro, come riesci a mantenere intatta la tua dignità e quel sorriso, nonostante le prove difficili che la vita ti ha imposto?
-Il sorriso è il mio ringraziamento alla vita, nonostante tutto. È vero, ho affrontato dolori grandi, a partire dalla perdita della mia mamma quando ero ancora solo una bambina. Ma ho sempre pensato che le cicatrici non debbano indurire il cuore, bensì aprirlo alla comprensione degli altri. Arrivare a 70 anni con questa consapevolezza è un dono che custodisco con profonda gratitudine.
–La tua è una vita guidata da tre grandi fari. Mi raccontavi che fin dalle scuole medie hai avvertito tre vocazioni fortissime: la pittura, la scrittura e la ricerca spirituale. Come sono nate e come convivono in te?
Sono nate insieme, come tre rami dello stesso albero. Fin da ragazzina ho sentito il bisogno di esprimere l’invisibile GUIDATA DAL SIGNORE. La pittura mi permetteva di dare colore alle emozioni, la scrittura dava voce ai miei pensieri più intimi e la ricerca spirituale era la linfa che nutriva tutto. Nel Signore ho sempre cercato, e trovato, conforto, aiuto, spinta e una guida sicura nei momenti di smarrimento.
-Riavvolgiamo il nastro ai tempi delle scuole medie. Lì c’è stato un incontro importante con il professor Malandrino. Che ruolo ha avuto nella tua crescita artistica?
Il professor Malandrino è stato il primo a credere davvero nel mio talento. Ha riconosciuto in me qualcosa di speciale e mi spingeva a partecipare a diversi concorsi artistici e letterari. Ricordo ancora l’emozione di quando vincevo: per una bambina che aveva vissuto una perdita così grande, quei successi erano una carezza sul cuore e la conferma che la mia strada era legata all’arte.
-A un certo punto, però, la tua forte vocazione spirituale stava per portarti a farti suora, un desiderio nato frequentando la scuola “Cristo Re” gestita dalle religiose. Poi qualcosa è cambiato. Ci racconti cosa accadde?
Sì, desideravo fortemente consacrarmi a Dio. Tuttavia, frequentando quella scuola, mi scontrai con una realtà dolorosa: mi accorsi che quelle suore, purtroppo, non erano buone e maltrattavano i bambini. Quella durezza mi ferì profondamente e mi distolse dall’idea di prendere i voti. Decisi di confidarmi con il mio padre spirituale, Padre Posidonia. Lui mi ascoltò con grande amore e mi disse una frase che porto ancora nel cuore: “Certamente Dio ha altri piani per te”. E aveva ragione.
-E infatti la tua fede non si è spenta, ma si è trasformata in impegno concreto nel sociale…
Esatto. Ho capito che potevo servire il Signore restando nel mondo. Per anni mi sono impegnata attivamente nel sociale, portando la Comunione ai malati, ascoltando le loro storie, cercando di essere uno strumento di conforto per chi soffriva, proprio come io stessa avevo sofferto.
–Parliamo di scrittura. I tuoi libri nascono direttamente dai tuoi diari intimi. Per me, Anna De Rosa, è stato un vero onore presentare le tue opere in tantissime location. Che effetto ti fa vedere i tuoi diari trasformati poi in libri capaci di emozionare il pubblico?
-Per me è un’emozione indescrivibile, e la tua presenza al mio fianco, Anna, è sempre stata una garanzia di affetto e comprensione profonda del mio lavoro. Scrivere partendo dai diari significa mettersi a nudo. Quei testi sono nati come un dialogo privato tra me e il foglio, e vederli viaggiare nel mondo, presentati con tanta cura, è come vedere i miei ricordi prendere il volo per andare a confortare altre anime.
-Sappiamo che non ti fermi mai, nonostante qualche malanno. Attualmente stai lavorando a un nuovo libro incentrato sui traumi infantili. Un tema delicato che conosci da vicino. Cosa dobbiamo aspettarci e quando speri di pubblicarlo?
È un progetto a cui tengo moltissimo e che spero di pubblicare al più presto. È un libro che scava a fondo nei traumi che colpiscono i bambini, quelle ferite silenziose che rischiano di condizionare un’intera esistenza. Voglio offrire una chiave di lettura, ma soprattutto un messaggio di speranza: si può guarire dal dolore dell’infanzia, si può ritrovare la luce.
–Nel frattempo, la tua vena artistica continua a scorrere anche sulla tela. Oggi la tua pittura si dedica prevalentemente all’astratto. Perché questa scelta?
La pittura astratta oggi rappresenta la mia totale libertà. Non ho più bisogno di dipingere la realtà per come appare agli occhi. L’astratto mi permette di dipingere l’anima, i sentimenti puri, l’energia dello spirito senza i vincoli delle forme. È il mio modo di dialogare con l’infinito.