La società contemporanea sembra avere una tollerabilità sempre più bassa verso la sofferenza emotiva. Siamo continuamente esposti a immagini di successo, autorealizzazione e produttività. Ogni giorno osserviamo persone che sembrano vivere meglio, produrre di più ed essere più felici. Il risultato è che emozioni fisiologiche come tristezza, paura, insicurezza e frustrazione vengono percepite come anomalie. Da qui potrebbe nascere un’equazione tanto semplice quanto pericolosa: se tutti sembrano stare bene, allora c’è qualcosa che non va in me.
Perfino il linguaggio con cui descriviamo ciò che accade sembra essere cambiato. Termini appartenenti alla semantica clinica sono entrati a far parte del gergo comune, soprattutto tra i più giovani. Non diciamo più ‹‹sono triste››, diciamo ‹‹sono depresso››. Non diciamo più ‹‹mi distraggo facilmente››, diciamo ‹‹sono ADHD››. A diffondere questo nuovo linguaggio ha contribuito la grande quantità di contenuti medici e psicologici veicolati dai social. È sempre più comune imbattersi in contenuti brevi come slide, video su TikTok e reel che, in pochi secondi, riassumono sintomi e caratteristiche di una patologia attraverso formule del tipo:‹‹ Se riconosci in te questi cinque comportamenti potresti avere questa patologia››.
Questa tendenza rientra nella cosiddetta “Psicologia Pop”, dove “pop” sta per “popolare”. Si tratta della divulgazione di concetti psicologici e clinici destinati al pubblico, con l’obiettivo di rendere comprensibili contenuti complessi. Spesso, però, viene riportata una definizione semplicistica e fuorviante. E dunque, se da un lato il fenomeno è in parte positivo perché parlare di salute mentale può contribuire a ridurre lo stigma e aumentare la consapevolezza, dall’altro rappresenta un rischio: l’esposizione a contenuti che semplificano le categorie diagnostiche può indurre all’autodiagnosi. Se ogni esperienza viene letta attraverso una lente patologica, aumenta il rischio di riconoscere una malattia anche laddove esiste una semplice reazione umana.
Ma perché sta avvenendo tutto questo? Probabilmente per comprenderlo bisognerebbe osservare il modo in cui la nostra società si rapporta alla sofferenza.
Nel saggio La società senza dolore (2022, ed. it. Einaudi), il filosofo Byung-Chul Han descrive una società che ha progressivamente bandito il dolore e la sofferenza dalla propria esperienza. Il dolore viene percepito come qualcosa di esclusivamente negativo, da evitare o eliminare il più rapidamente possibile. Han descrive la nostra come una ‹‹società palliativa››: una società che tende ad anestetizzare ciò che fa male, dove tutto ciò che risulta spigoloso e non lucidato deve essere eliminato. E in una società fortemente basata sulla produttività e sull’efficienza, il dolore diventa un’interruzione. Ci costringe a rallentare e perciò compromette la nostra capacità di funzionare. Finiamo dunque per trattarlo come una questione del tutto medica: va anestetizzato, combattuto, reso innocuo.
Anche la digitalizzazione, secondo Han, alimenta questa forma di anestesia. I social ci restituiscono una realtà filtrata: immagini levigate, corpi senza imperfezioni, vite apparentemente prive di conflitti. Tutto ciò che è imperfetto viene relegato ai margini, fino a rendere la realtà stessa ‹‹instagrammabile››, ovvero degna di essere pubblicata. Sotto la tirannia del ‹‹mi piace››, anche il dolore deve essere filtrato e reso presentabile.
È bene specificare che riconoscere la sofferenza come parte dell’esperienza umana non significa negare l’esistenza delle malattie mentali o minimizzare la sofferenza. Al contrario: proprio perché le patologie psichiche sono una realtà, diventa fondamentale riuscire a distinguere una condizione clinica da reazioni emotive che invece fanno parte del nostro sistema biologico e che hanno la funzione di proteggerci e di farci elaborare un’esperienza.
Il punto, dunque, non è smettere di curare il dolore. È piuttosto evitare di perdere la capacità di riconoscerne la natura. Il problema non risiede nel dolore in sé, ma in una società che sembra avere sempre meno spazio per tutto ciò che non può essere immediatamente risolto.
