L’Odissea di Nolan, il carnevale delle ipocrisie e la mediocrità in cui continuiamo a navigare
Odisseo è un uomo complicato
Così, nel 2017, Emily Wilson apriva la sua traduzione dell’Odissea, tre parole asciutte al posto dell’epiteto rituale, le stesse che Christopher Nolan ha indicato tra le scintille del film. Complicata, oggi, è soprattutto la ricezione di The Odyssey, che in due sole settimane ha superato i seicentocinquanta milioni di dollari e trasformato le bacheche social in tribunali del popolo.
Chi scrive lo ha guardato anzitutto con gli occhi, che al cinema restano l’organo competente. Girato per intero con cineprese IMAX 70 millimetri, primato assoluto nella storia del formato, il film vive della fotografia di Hoyte van Hoytema, di luce naturale e luoghi reali: si pensi al dialogo fra Antinoo e Penelope, macchina da presa dietro il telaio, le fibre del sudario che velano i volti e la sola luce della porta che accarezza lei e lascia lui in ombra, perfetta metafora della natura di quel colloquio. La partitura di Ludwig Göransson regge le quasi tre ore senza un cedimento, Tom Holland consegna un Telemaco di sorprendente verità, la scena con Argo vale da sola la sala, e Matt Damon, tutto sommato, risulta credibile anche a chi, come chi scrive, per Odisseo aveva sognato Christian Bale.
Da storico avrei gradito maggiore aderenza al vero, nelle armature come nelle ambientazioni; simili libertà appartengono all’idea concettuale dell’autore e in quella coerenza trovano la loro legittimità. La questione seria è un’altra: se un paradigma della cultura occidentale possa essere riletto per il pubblico contemporaneo. La risposta sta nella natura stessa dei classici, che restano intangibili: ogni rilettura è un’aggiunta alla sfaccettata produzione umana, mai una sottrazione all’originale, checché ne gridino gli zeloti del canone già pronti al processo per blasfemia letteraria.
Attorno, il carnevale: il film troppo woke per gli uni e troppo poco per gli altri, con militanti esultanti al trailer e furenti all’uscita dalla sala, mentre i filologi dell’elmo corinzio montavano la guardia. Su tutti svettano i predicatori di coerenza che, raccolto l’appello al boicottaggio lanciato dal festival FiSahara per le riprese girate a Dakhla, nel Sahara Occidentale conteso, lo hanno proclamato solennemente sui social, salvo poi pubblicare puntualissime recensioni del film che giuravano di non voler finanziare: resta da stabilire se lo abbiano visto per vie carbonare o se l’etica, davanti al botteghino, conceda deroghe stagionali. Perfino Emily Wilson ha stroncato la pellicola dalle colonne della London Review of Books, giudicandone la scrittura priva di profondità psicologica ed etica: dissenso legittimo, il suo, che presuppone almeno la visione e il biglietto. Ogni stroncatura urlata, intanto, ingrassa l’algoritmo del film che vorrebbe affossare.
A mio avviso, questo fenomeno rivela una distorsione profonda del senso stesso del cinema, che nasce come forma estetica del racconto: chi pretende che serva anzitutto a veicolare messaggi sociali o politici domanda alla settima arte ciò che Hitler domandava a Goebbels dal 1933, l’arte ridotta a pericolosa propaganda di comodo.
Ma se una storia custodisce un significato, quel significato emergerà da sé, con tanta più forza quanto più alta sarà la qualità estetica e narrativa dell’opera (e dei suoi interpreti); ed emerge, qui, nella brutale attualità di un Occidente smarrito quanto il suo eroe, incerto se esista ancora la volontà di ridare senso a un orizzonte culturale svuotato.
Quando l’ultimo boicottaggio a metà sarà evaporato insieme all’algoritmo che lo ha premiato e degli sdegni di quest’estate non resterà memoria, il poema che la tradizione attribuisce a un aedo cieco, e che da ventotto secoli attraversa naufragi di imperi e roghi di biblioteche, sarà ancora lì ad attendere il prossimo temerario disposto a salpare.
Odisseo, si sa, alla fine torna sempre a casa.
