Tra i saggi di estetica più longevi nel panorama bibliografico italiano per attualità di contenuto ed efficacia argomentativa c’è indubbiamente il volume “Il divenire delle arti” di Gillo Dorfles. La longevità – che è tratto genetico innanzitutto dell’Autore, scomparso nel 2018 a ben 107 anni – ha un che di predittivo e tanto più è venerata se si considera che la prima edizione dell’opera risale al marzo del 1959, quando Giulio Einaudi volle ospitarla al n. 243 della Collana ‘Saggi’.
Parliamo di un testo-chiave dell’estetica italiana del secondo Novecento, di quelli che non possono mancare né nelle monografie panoramiche di settore né nelle bibliografie delle tesi di laurea assegnate in materia. E il riconoscimento pluridecennale è dovuto un po’ alla chiara autorevolezza del critico d’arte, un po’ all’originalità di un resoconto d’insieme offerto con puntualità descrittiva e sagacia esplicativa. Settant’anni quasi trascorsi in pole position sullo scaffale senza che la polvere vi s’adagiasse bastano a segnalarne il valore. Ad iniziare dall’approccio ‘al plurale’ al mondo delle arti, alle tecniche e alle poetiche a cui è dedicata la seconda parte del saggio: dalla triade canonica pittura-scultura-architettura alla musica e al teatro, dalla danza alle arti della parola, al cinema, alla fotografia, alla televisione e alla fantascienza.
La continuità di stampa a tutela dei lettori è stata per oltre sessant’anni garantita dalla staffetta tra la casa editrice torinese e l’editore Bompiani di Milano. Dopo la nuova edizione lanciata nel 1967, lo struzzo einaudiano sarebbe di fatto comparso sul frontespizio della ristampa del 1971 e, infine, nella versione economica del 1975, pensata per gli studenti. L’opera sarebbe poi andata incontro alla sua seconda vita: sul finire del 1996 compare la prima edizione per Bompiani, al n. 76 della collana ‘Saggi Tascabili’.
Vale osservare che Dorfles, nel mandare in stampa la nuova edizione, ha avvertito la necessità di precisare alcuni aspetti sull’evoluzione editoriale dell’opera. A corredarla è infatti una sua Nota congedata nel settembre del 1976 che rimarca l’attualità dell’audace riproposta a quarant’anni dalla prima uscita. Lo studioso ribadisce in semplicità la mantenuta coerenza rispetto al titolo e giustifica gli scostamenti, seppure minimi, resisi necessari a fronte delle nuove evidenze storiche.
Ristampata nel 2002 sempre da Bompiani, l’edizione appare oggi ormai integrata nel catalogo Giunti, come ultima versione ancora in commercio. Le edizioni storiche curate da Einaudi – quella originaria del 1959 e la successiva del 1975 apparsa al n. 63 della Collana “Nuovi Politecnici/Reprints” – sono pressoché introvabili ed occorre fiuto da collezionisti per riaverle tra le mani.
Ci basti qui annotare che la novità dell’edizione tascabile del 1996 è l’aggiunta del sottotitolo – spia fedele delle recondite intenzioni dell’Autore – che non a caso rivela trattasi di una “ricognizione nei linguaggi artistici”. Diremmo: un’esplorazione sulla loro variazione perenne, tutta dal sapore fenomenologico, incentrata com’è sulla labilità dei canoni che, posti in una data epoca a fondamento del giudizio estetico, incidono non poco sulla storiografia delle arti, ossia sulla distinzione delle varie sperimentazioni linguistiche susseguitesi nel Novecento. Ma l’ardua circumnavigazione tra gli arcipelaghi dell’arte contemporanea è forse oggi più di ieri da intraprendere come provvida avventura, con carta nautica conveniente, utile e necessaria la ricognizione di Dorfles a solcare le acque – quelle dei molteplici linguaggi artistici – non meno agitate che in passato. E che l’impianto di quella storica disamina potesse – a quattro decenni dalla prima edizione assoluta – essere ritenuto ancora valido veniva a comprovarlo in premessa l’onesta constatazione di Dorfles, secondo cui “molte situazioni esemplificate nel testo possono essere in parte mutate, possono avere subito impreviste metamorfosi”.
Se evoluzione c’era stata nella fenomenologia artistica, non s’era comunque determinata in misura tale – avvertiva ancora Dorfles – da rendere argomentazioni e giudizi ‘inutilizzabili’ o ‘desueti’. Così, pertanto, il critico si smarcava: “l’arte è qualcosa di mutevole, di continuamente evolventesi (o anche, in alcuni periodi, involventesi), ma comunque mai alcunché di statico e di perennemente eguale a se stessa.” Non possiamo evidentemente dargli torto. Anzi. Ma se l’Autore ha ragione, viene da chiedersi se la sua ricognizione, a distanza di trent’anni dagli ultimi aggiornamenti e comunque a quasi venticinque dall’ultima ristampa censita nel 2002, includa la varietà integrale degli argomenti oggi notevoli ed imprescindibili o non necessiti piuttosto di qualche ampliamento. Basti pensare all’avvento dell’era digitale e alla ‘trazione’ pervasiva esercitata dalla tecnologia nei confronti delle più recenti sperimentazioni linguistiche, non senza che le modalità di fruizione delle opere nella società di massa e, dunque, il costituirsi originario dell’esperienza estetica nella condizione postmediale ne uscissero quantomeno influenzate. Il saggio di Dorfles si ferma ad esempio, per la pittura, alla action painting e alla pop art di Pollock e Warhol, al massimo si spinge fino all’arte povera di Merz, alla body art e alla transavanguardia italiana di Cucchi, Paladino e Clemente. Non poteva essere altrimenti. Dorfles ammette che le correnti artistiche risentono della situazione socio-antropologica attuale, per “dimostrare come difficilmente si possa prescindere da un costante rapporto tra arte e società, arte e situazione tecnologica.”
Se il divenire è requisito intimo dei gusti e delle mode spiccanti al lesto graffio dell’arte contemporanea, ogni ricostruzione storica o filosofica che tenti di imprigionare stili e tecniche in una ghirlanda eterna di enunciazioni perpetue è pertanto votata – o condannata? – alla frammentarietà lacunosa, all’incertezza di un decreto provvisorio o, nell’ipotesi migliore, ad un perenne sforzo definitorio e periodizzante.
Di mezzo c’è l’essere, la sua socialità e la sua storicità.
Sarebbero allora finite sotto scacco anche la fenomenologia, lo strutturalismo, la semiotica: il divenire delle arti impone altri ardimenti interpretativi che rechino nel loro stesso porsi il limite del loro ultimo darsi.
Del resto, già lo studio della Storia dell’arte a scuola, laddove il docente – esperto – orienta i discenti – inesperti – impone di aprire sovente varchi nei più angusti territori dell’estetica, per comprendere a fondo un’opera, l’intenzione dell’artista o la temperie culturale a cui entrambi appartengono: è il corso storico dei linguaggi ad animare dal di dentro la dialettica tra la percezione e l’interpretazione.
Dorfles è consapevole del limite intrinseco in ogni narrazione dell’arte, tant’è che rinuncia in partenza alla pretesa di rivelarne la verità assoluta, preferendo più prudentemente soffermarsi sul rapido avvicendarsi dei linguaggi artistici, sul ritmo accelerato ed insostenibile di una consumazione tribale che vanifica ogni tentativo di classificazione sistematica ed inchioda ogni slancio teoretico al vincolo della precarietà. Perché oggi, lo si è capito vivendo, è il divenire dell’arte a dettare i tempi e le regole, a costituire la ragione profonda del suo stesso farsi e disfarsi. E il critico si chiede se questa dialettica – che implica finanche lo spiacevole e il disforme – dischiuda forse la possibilità di pervenire ad una “nuova armonia”, ad un orizzonte di significazione estetica esperibile da tutti quando anche le attuali modalità percettive dell’umanità saranno variate.
Di qui, l’accorta discrezione dell’Autore, tutta racchiusa in quella Nota apposta all’edizione Bompiani del 1996, quasi per proiettare l’opera concepita anni addietro oltre la linea temporale della sua utilità presente, in coerenza con quel divenire di cui era stata foriera, per affidare ancora una volta a poche righe in transito l’annuncio dovuto di un nuovo inatteso obbligato avvenire delle arti. Insomma, un avvertimento più che un’avvertenza. Ma anche a questo servono le note e le premesse, le prefazioni e le introduzioni. Finché durano.
