San Francesco d’Assisi incontra Napoli. E lo fa non soltanto attraverso i luoghi, le leggende e i miracoli che la tradizione popolare campana gli ha attribuito nel corso dei secoli, ma soprattutto attraverso una lingua capace come poche altre di trasformare il racconto in voce, sentimento e presenza.
È questo il cuore di Santu Francisco: Miràculi napulitani, voce ’e popolo e ffattarielli, quarch’opera ’e bene e ’o Canto ’e tutto ’o munno vutati a llenga napulitana, il nuovo lavoro di Carlo Avvisati, giornalista e studioso della cultura partenopea, che sceglie il napoletano per raccontare il santo forse più intimamente legato all’immaginario italiano.
Il sottotitolo chiarisce immediatamente il percorso dell’opera: miracoli napoletani, leggende popolari, fioretti e il Cantico delle Creature trasposti nella lingua di Napoli. Ma sarebbe riduttivo considerare il libro una semplice operazione di traduzione. Avvisati compie piuttosto un lavoro di riappropriazione culturale: prende pagine che appartengono alla memoria religiosa e letteraria collettiva e le riconduce all’oralità, alla musicalità e alla concretezza di una lingua cresciuta nei vicoli, nei teatri, nella poesia e nel racconto popolare.
Non a caso il volume si inserisce nelle celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di Francesco, avvenuta nel 1226. L’autore sceglie però di allontanarsi dai toni solenni della commemorazione ufficiale per recuperare qualcosa che appartiene profondamente allo spirito francescano: la capacità di parlare alle persone con parole comprensibili, vicine all’esperienza quotidiana.
È proprio questo uno degli aspetti messi in evidenza nella prefazione da padre Enzo Fortunato, giornalista e responsabile della comunicazione dei progetti speciali della Basilica di San Pietro in Vaticano. Il libro, osserva Fortunato, nasce dall’incontro fra Francesco e la Campania, fra la grande tradizione letteraria e la voce del popolo, fra spiritualità e vita di ogni giorno.
Il napoletano, in questa prospettiva, non diventa una distanza rispetto ai testi originali, ma uno strumento di avvicinamento. Una lingua capace di custodire la memoria e, nello stesso tempo, di restituire corpo alle parole.
È forse questo il punto più interessante dell’intero progetto. Perché la lingua napoletana possiede una qualità particolare: difficilmente rimane astratta. Anche quando affronta questioni elevate, spirituali o filosofiche, tende a incarnarle, a trasformarle in immagini, gesti, emozioni immediatamente riconoscibili.
Avvisati si muove dentro una tradizione enorme. È la lingua di Giambattista Basile e di Salvatore Di Giacomo, di Ferdinando Russo e Raffaele Viviani, fino al teatro di Eduardo De Filippo. Una lingua che nel corso dei secoli ha saputo attraversare poesia, musica, palcoscenico e racconto popolare senza perdere la propria straordinaria capacità di comunicazione.
In Santu Francisco questa forza espressiva viene messa al servizio di una figura che proprio della semplicità fece uno dei fondamenti della propria rivoluzione spirituale.
Il Francesco raccontato da Avvisati è infatti, prima ancora che il protagonista di miracoli e leggende, l’uomo che sceglie di farsi “povero tra i poveri”. La sua grandezza emerge attraverso gli episodi tramandati dalla tradizione francescana, ma anche attraverso alcune delle pagine più alte della letteratura italiana.
Fra queste occupa un posto centrale l’XI canto del Paradiso, nel quale Dante affida a san Tommaso d’Aquino uno dei più celebri ritratti del santo di Assisi.
Nella trasposizione napoletana di Avvisati, l’incontro fra Francesco e Madonna Povertà acquista una sorprendente fisicità. Là dove Dante costruisce la grande allegoria delle nozze mistiche con la Povertà, il napoletano trova una parola immediata e potentissima: i due diventano nnammurati.
È una scelta linguistica che dice molto del senso dell’intera operazione.
Come osserva Maddalena Venuso nel volume, il termine restituisce con particolare intensità il legame sponsale raccontato da Dante. L’amore spirituale non perde la propria altezza, ma viene espresso attraverso un vocabolo popolare capace di comunicarne subito la profondità. La povertà francescana smette così di apparire come semplice privazione e torna a essere ciò che fu nell’esperienza del santo: una scelta d’amore radicale.
E proprio attraverso Dante emerge la capacità di Avvisati di muoversi sul confine tra rispetto del testo e reinvenzione linguistica. Il napoletano non viene utilizzato come effetto folcloristico, né come semplice esercizio di stile. Diventa piuttosto una lente attraverso cui osservare nuovamente un patrimonio culturale che rischia, talvolta, di essere percepito come distante proprio perché troppo conosciuto.
Lo stesso accade con un altro vertice della spiritualità francescana: il Cantico delle Creature.
Nel libro diventa ’O Canto ’e tutto ’o Munno. Anche qui la traduzione del titolo è già una dichiarazione poetica. Il “creato” di Francesco assume la dimensione familiare e universale del “mondo”, un mondo fatto di sole, acqua, terra, vento, vita e morte, osservato con la meraviglia di chi riconosce in ogni cosa una ragione per ringraziare.
Nella lettura proposta da Venuso, la particolare carnalità del vocabolario napoletano riesce a incontrare con naturalezza la forza emotiva dei versi francescani. Ne nasce una lingua religiosa che non è ieratica né distante, ma calda, concreta, capace di conservare la spiritualità proprio attraverso la materia delle parole.
È anche per questo che Santu Francisco difficilmente può essere considerato un libro destinato a una nicchia.
Dietro il dialetto c’è infatti una questione culturale molto più ampia: il valore delle lingue territoriali come depositi di memoria e strumenti ancora vitali di espressione. Il napoletano continua a vivere nella canzone, nel teatro, nella poesia, nel cinema e nella musica contemporanea. Cambia, si contamina, qualche volta si allontana dalla propria tradizione più rigorosa, ma conserva una straordinaria immediatezza emotiva.
Avvisati utilizza proprio questa capacità per costruire un ponte fra epoche apparentemente lontanissime.
Da una parte c’è l’Italia medievale di Francesco e Dante; dall’altra la Napoli contemporanea. In mezzo, otto secoli di racconti, devozione, letteratura, teatro e oralità.
Il risultato è un Francesco che non rimane confinato nelle immagini delle chiese o nelle pagine dei manuali, ma torna a camminare fra le persone. Un santo raccontato quasi come avrebbero potuto fare gli antichi affabulatori, passando di voce in voce storie meravigliose, episodi di fede, leggende e piccoli fatti capaci di custodire un significato più grande.
Pubblicato da Francesco D’Amato Editore, Santu Francisco sarà presentato domenica 4 ottobre alle ore 18 a Palazzo Reale di Napoli, nell’ambito del Campania Libri Festival.
Una cornice particolarmente adatta per un libro che parla di letteratura senza separarla dalla voce, di fede senza sottrarla alla vita quotidiana e di Napoli senza ridurla a colore locale.
Perché forse è proprio questo il messaggio che attraversa il volume: le grandi storie continuano a vivere soltanto quando trovano nuove parole con cui essere raccontate.
E Francesco, otto secoli dopo la sua morte, sembra avere ancora molte lingue in cui parlare.
Quella napoletana, con la sua musicalità, la sua concretezza e la sua antica capacità di trasformare una parola in sentimento, sembra essergli particolarmente congeniale.
