Per qualche istante, sullo schermo compaiono alcuni numeri. Poi scompaiono, sostituiti da semplici quadrati bianchi. A quel punto bisogna ricordare dove si trovavano e toccarli nel giusto ordine. Sembra un gioco semplice, ma per gli esseri umani può diventare sorprendentemente difficile quando i numeri rimangono visibili soltanto per una frazione di secondo.
Per Ayumu, invece, questo esercizio è diventato una delle dimostrazioni più celebri delle straordinarie capacità cognitive degli scimpanzé.
Nato il 24 aprile 2000, Ayumu vive presso il centro di ricerca sui primati dell’Università di Kyoto, in Giappone. È figlio di Ai, una femmina di scimpanzé protagonista di un lungo progetto di ricerca sulla cognizione animale. Fin dai primi anni di vita, Ayumu è stato coinvolto negli studi dedicati alla memoria e alla capacità di apprendimento degli scimpanzé.
Una memoria fuori dal comune
La prova che ha reso famoso Ayumu risale al 2007. I ricercatori Sana Inoue e Tetsuro Matsuzawa sottoposero alcuni giovani scimpanzé e alcuni studenti universitari a un particolare test di memoria visiva.
Sul monitor comparivano casualmente alcuni numeri, dall’1 al 9. Gli animali dovevano riconoscerli e toccarli seguendo l’ordine corretto. Nella versione più difficile dell’esperimento, dopo che Ayumu toccava il primo numero, tutti gli altri venivano immediatamente coperti da quadrati bianchi. Lo scimpanzé doveva quindi ricordare in pochissimo tempo sia i numeri sia la loro posizione sullo schermo.
La difficoltà aumentava ulteriormente riducendo il tempo di esposizione. In alcuni test i numeri rimanevano visibili per appena 210 millisecondi, poco più di due decimi di secondo. Eppure Ayumu riusciva a ricordare correttamente la sequenza con un’accuratezza intorno al 79-80%. I risultati erano nettamente superiori a quelli degli adulti umani che avevano svolto lo stesso esperimento.
La notizia fece rapidamente il giro del mondo. Per molti, Ayumu sembrava aver dimostrato che uno scimpanzé poteva essere più bravo di un essere umano in una particolare prova di memoria.
Ma la scienza invita a una conclusione più prudente.
Più intelligente dell’uomo? Non è così semplice
Dire che Ayumu fosse “più intelligente dell’uomo” sarebbe infatti una semplificazione. Il test misurava una capacità molto specifica: la memoria di lavoro visiva e numerica, non l’intelligenza nel suo complesso.
Inoltre, alcuni ricercatori hanno successivamente osservato che il confronto tra Ayumu e gli studenti presentava un elemento importante: lo scimpanzé aveva una lunga esperienza con quel tipo di esercizio, mentre i partecipanti umani non avevano ricevuto lo stesso allenamento. Uno studio successivo ha mostrato che, dopo un adeguato periodo di pratica, anche alcuni esseri umani potevano raggiungere prestazioni comparabili a quelle di Ayumu.
La scoperta, dunque, non dimostra che gli scimpanzé siano generalmente più intelligenti delle persone ma che il cervello di questi animali possiede capacità di memoria visiva molto sofisticate, che in determinate condizioni possono superare quelle degli esseri umani adulti.
Un cervello diverso, non semplicemente migliore
Il lavoro dei ricercatori di Kyoto ha contribuito a mettere in discussione l’idea che l’intelligenza debba essere misurata esclusivamente secondo parametri umani.
Gli scimpanzé condividono con noi una parte significativa della storia evolutiva e presentano capacità cognitive complesse. Sono in grado di apprendere, utilizzare strumenti, riconoscere individui, ricordare esperienze e risolvere problemi. Il progetto di Kyoto utilizza anche interfacce computerizzate per studiare in modo preciso queste abilità, riducendo l’influenza degli sperimentatori sulle prove.
La straordinaria rapidità nel riconoscere e ricordare immagini numeriche di Ayumu potrebbe essere collegata alle strategie cognitive sviluppate dagli scimpanzé. La ricerca longitudinale condotta successivamente sui primati di Kyoto suggerisce inoltre che la memoria di lavoro può cambiare con l’età e che le prestazioni nei compiti più difficili tendono a diminuire con il passare degli anni.
La ricerca continua
La storia di Ayumu non si è esaurita con il famoso esperimento del 2007. Gli scimpanzé del centro di Kyoto hanno continuato a partecipare per anni a studi sulla memoria e sulle capacità cognitive.
Una ricerca pubblicata nel 2024, basata su 9.219 sessioni sperimentali raccolte nell’arco di sei anni, ha analizzato anche l’influenza della presenza degli esseri umani durante i test. I ricercatori hanno scoperto che il numero e il tipo di persone presenti potevano modificare le prestazioni degli scimpanzé: nei compiti più difficili, la presenza di più sperimentatori poteva persino migliorare la performance. Il risultato sorprendente suggerisce che questi animali non reagiscono ai test in maniera puramente automatica. Anche il contesto sociale può influenzare attenzione, motivazione e prestazioni.
Una lezione che arriva dal mondo animale
Ayumu è diventato famoso perché, davanti a uno schermo, riusciva a fare in pochi istanti ciò che per molti esseri umani richiede concentrazione e allenamento. Ma la sua vera importanza va oltre il semplice record.
La sua storia ha aiutato gli scienziati a comprendere che l’intelligenza non è una gara con un unico vincitore. Specie diverse possono sviluppare capacità diverse, adattate alla propria storia evolutiva e al proprio ambiente.
Ayumu non dimostra che gli scimpanzé siano “più intelligenti” degli uomini ma che : la natura ha trovato più di una strada per costruire una mente capace di ricordare, imparare e risolvere problemi.
E rimane una domanda che continua a interessare la scienza: quanto sono davvero simili, e quanto sono ancora diversi, il cervello di uno scimpanzé e quello dell’uomo?
