Il Novecento poliedrico di Fabio Mauri rivive a L’Aquila dal 26 settembre 2026 al 24 gennaio 2027 nella mostra “Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila” allestita presso il Maxxi su iniziativa del capoluogo abruzzese. È un mix di arte e scrittura, teatro e performance, installazione ed editoria che ricompone l’immagine proteiforme di un percorso artistico ed esistenziale sviluppatosi in oltre cinquant’anni nel cuore del sistema dell’arte contemporanea.
L’evento era, non a caso, tra i più attesi nel programma de L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 e giunge ora col carico di curiosità ed aspettativa – non solo per gli addetti e i cultori – sul finire di un anno in cui puntuale risuona l’eco di un altro suggestivo ’26, quello che sigla la nascita di Mauri, nato a Roma il 1 aprile 1926.
La mostra tenta di definire la distinta linea di una ricerca culturale compiutasi tra creatività e responsabilità nel vortice d’anni, tra i Cinquanta e i Settanta del secolo scorso, in cui l’arte sfidava o era sfidata dalla società post-industriale nella calda arena – o tiepida peschiera? – di un’ideologia morente, ma purulenta nell’infettare col Male la presunta innocenza del boom economico, nei nivei giorni del gaudente consumismo in cui l’Europa rischiava di rimuovere la tragedia del Nazi-fascismo. Se Mauri sollecita sin dal 1958 le superfici piane del quadro dipinto – sulla scia di Burri – approdando ai noti Schermi che rimarranno la cifra eloquente della sua produzione artistica, lo fa non per smania riduzionista, bensì per proiettare nel campo della pittura la coscienza drammatica della problematica relazione nascente tra la tecnologia della comunicazione di massa (incidente sul mezzo) e l’alterazione ideologica (eseguita sul messaggio). Il 1964 è dopotutto l’anno de “Gli strumenti del comunicare” di Marshall McLuhan, pubblicato in Italia nel 1967, che è anche l’anno dell’ideazione dei “Quindici” in cui Mauri è coinvolto. Le sue intuizioni e le audacie intellettuali s’intersecano in volo con le traiettorie seguite da Italo Calvino, Umberto Eco, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Cesare Zavattini. Se sperimentazione dev’essere, lo sia anche nel campo editoriale.
Ricomporre il percorso di Fabio Mauri è dunque impresa retrospettiva ardita, meditata da tempo, avviata già alla Triennale di Milano con la mostra “De Oppressione” curata da Ilaria Bernardi ed aperta al pubblico dal 3 dicembre 2025 al 15 febbraio 2026. L’impresa è pervenuta alla pubblicazione del primo Catalogo ragionato dell’opera integrale a cura di Carolyn Christov-Bakargiev per i tipi di Allemandi in italiano (ma Hatje Cantz in inglese), che troviamo in libreria – e la numerologia del ’26 se la gode per davvero – già dal 26 maggio scorso. Oggi i riflettori tornano ad accendersi nella città in cui l’artista per vent’anni aveva insegnato Estetica della sperimentazione all’Accademia di Belle Arti, quasi ad attestare che quella contemporaneità è ancora qui ed ora. Non meno significativo, poi, è il fatto che la mostra aquilana sia curata da Maurizio Cattelan e Marta Papini, due amici nel segno del contemporaneo. Basterebbe leggere la conversazione che i due curatori hanno tenuto con Clelia Patella su “La Lettura” del Corsera di domenica 13 settembre per comprendere come temi e motivi cari a Mauri – quelli dell’immagine, dell’ideologia e della memoria, senza trascurare la profonda sensibilità dell’uomo ‘Fabio’ – facciano dell’intervista, diremmo della mostra tutta, una riuscita spinta d’abbrivio alla circumnavigazione dell’opera di quest’artista difficile. Perché – ricordava Gillo Dorfles all’indomani della morte di Mauri il 19 maggio 2009, lui che gli era stato amico prima che studioso e critico – la sua era una “una personalità a «più dimensioni»”.
La mostra ci è donata peraltro nel ricorrere di un’altra felice coincidenza annuale, forse trascurata, quella che rinvia alla pubblicazione postuma di 15 anni fa – era il 2011 – delle “Le piccole provinciali di Monsieur de P.” (Il Canneto Editore, Genova). Parliamo del romanzo epistolare con cui Mauri aveva addirittura approntato un arguto palinsesto delle controverse “Lettere provinciali” di Blaise Pascal, pubblicate – e risaliamo questa volta al 1656-57 – ben 370 anni fa. In 140 pagine Mauri attraversa con disarmante disinvoltura territori culturali diversi, con l’ironica leggerezza degli eclettici e dei curiosi. Lo fa chiamando a dialogare contemporanei veri e verosimili del grande pensatore francese, dalle figure storiche del “grande Arnauld” e dell’abate di Saint-Cyran a quelle inventate di Madame de Berignac e Strabubù per il disbrigo di un’attualità che è la loro ed è la nostra, discorrendo dunque di molinismo e fisica quantistica come di teoria estetica e matematica, nella ricerca di una definizione compiuta dell’arte, della sua fenomenologia complessa, costellata com’è di proprietà intrinseche e accidenti occasionali, di forma apparente e sostanza latente, sempre in bilico tra l’istanza descrittiva del suo oggetto e la mozione espressiva formulata dal soggetto. Andrebbero lette al quinto anno di liceo per planare sull’attualità mentre si fa lezione di Storia, Arte o Filosofia.
Non a caso, l’interrogazione sulla qualità dell’arte richiama il suggestivo simbolismo della scrittura matematica, nell’illusione di definire una grandezza incommensurabile qual è per l’appunto l’arte. Una strenua ricerca di concisione analitica ed enunciazione perfettiva che accompagnerà i lunghi anni di attività dell’artista e saggista.
Ed è difatti un interrogativo che attraversa tutt’intero il repertorio di Mauri, quello in cui agli schermi proiettivi e protettivi s’accompagnano le performance di annuncio e denuncia, come il magistrale “Che cosa è il fascismo” (1971) o la famosa “Ebrea” (1971), tanto da convenire oggi con Santiago Mauri, nipote dell’artista e Presidente dello Studio Fabio Mauri – sua è la Premessa del catalogo – che lo zio Mauri è stato il “pioniere della performance in Italia”. Si pensi, del resto, che proprio a L’Aquila, insieme ai suoi studenti, l’artista aveva continuato nei difficili Anni Ottanta a mettere in scena la “Gran Serata Futurista 1909-1930” (1980) e l’importantissima “Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo” (1989).
La copertina de “Le piccole provinciali” di Mauri riproduce la misteriosa equazione pg = g(p)2(p+a)n che ci riporta a Venezia, alla XXXVIII Biennale del 1978, passata alla storia come le chant du cygne degli ultimi audaci attraversamenti tra arti visive e architettura radicale degli anni Sessanta e Settanta, di fatto valicata due anni dopo dall’affermazione della Transavanguardia di Achille Bonito Oliva. L’artista romano vi aveva partecipato con l’installazione “I numeri malefici”, esibendo in laguna gli approdi delle ultime indagini condotte nei territori del concettuale e dell’ideologico, a cui era pervenuto lungo un percorso parallelo a quelli, ad esempio, di Enzo Mari e Alberto Moretti o di Gianni Emilio Simonetti. L’artista, in veste di filosofo e scrittore, aveva spiegato le ragioni intime dell’inquietante installazione nel “Saggio senza parole”, raccolto nel catalogo della Biennale di Venezia “Topologia e morfogenesi” curato da Lara-Vinca Masini.
In sintesi: due pareti frontali definiscono uno spazio di sperimentazione estetica che induce chi vi transita a subire la provocazione in atto tra i due versanti. Da un lato, una grande lavagna su cui campeggia scritta in gesso la misteriosa formula algebrica e dall’altro una gigantografia del ministro nazista Joseph Goebbels che nel 1938 inaugura la seconda tappa della mostra “Entartete Kunst” di Berlino; da un lato, a terra, tre gabbie con un apparecchio stereo che riproduce i cupi suoni di una scossa sismica e, dall’altro, sempre a terra, una valigetta nera con un congegno ad orologeria al cui ticchettio s’alterna inquietante la domanda “Cosa è la natura?”; accanto un lacerto d’affresco di bottega giottesca, sostituito nel 1994 da una litografia di De Chirico.
La formula matematica, seppur elegante nella sua criptica estensione, è l’espressione evidente dei limiti intrinseci del linguaggio umano: una didascalia che non spiega, una legenda che non indica. È mera traccia simbolica che rinvia all’altrove di un immaginario precario e perciò delude la severa pretesa dei matematici. Meno Male.
