L’Italia arriva alla fine del 2025 con più occupati, meno disoccupazione, un deficit ormai vicino alla soglia europea del 3% e uno spread BTP-Bund sceso su livelli che non si vedevano dal 2009. Eppure la crescita economica resta debole e il debito pubblico continua a superare ampiamente il valore dell’intera produzione annua del Paese.
È questa la fotografia che emerge osservando insieme, e non separatamente, i principali indicatori economici dell’ultimo decennio.
Tra il 2016 e il 2025 l’Italia ha attraversato almeno quattro fasi diverse: la crescita moderata precedente alla pandemia, il crollo senza precedenti del 2020, il forte rimbalzo del biennio successivo e, infine, il ritorno a un’espansione molto più contenuta, accompagnata però da un mercato del lavoro sensibilmente più robusto.
L’ultimo dato annuale completo disponibile fotografa bene questa nuova situazione. Secondo la revisione dei Conti economici nazionali pubblicata dall’ISTAT il 22 settembre 2026, nel 2025 il prodotto interno lordo italiano ha raggiunto 2.265 miliardi di euro a prezzi correnti, mentre la crescita reale, cioè depurata dall’effetto dei prezzi, si è fermata allo 0,6%. Per il 2024 l’ISTAT ha contestualmente rivisto la crescita all’1,1%.
Numeri che raccontano un Paese diverso da quello di dieci anni prima, ma non necessariamente più dinamico.
Dalla pandemia al ritorno della crescita debole
All’inizio del periodo l’economia italiana cresceva a ritmi contenuti. Nel 2016 il PIL reale aumentava dello 0,9% secondo i dati pubblicati all’epoca dall’ISTAT. Le serie di contabilità nazionale sono state successivamente riviste, come avviene normalmente con questo tipo di statistiche, ma il quadro generale resta quello di un’economia in espansione moderata.
La vera cesura arriva nel 2020.
La pandemia provoca una contrazione del PIL vicina al 9%, una caduta eccezionale per dimensioni e rapidità. Seguono però due anni di recupero altrettanto straordinari: la crescita torna nell’ordine del 9% nel 2021 e supera il 4% nel 2022.
Dal 2023 il ritmo cambia ancora. Esaurita la fase del rimbalzo, l’Italia torna a crescere lentamente.
Il 2025 ne è una rappresentazione significativa: il PIL reale aumenta dello 0,6%, mentre gli investimenti fissi lordi crescono del 3,9%, i consumi finali nazionali dell’1%, le esportazioni dell’1,7% e le importazioni del 4,2%.
È qui che diventa essenziale distinguere fra PIL nominale e PIL reale.
Il forte aumento del valore dell’economia espresso in euro correnti, soprattutto negli anni successivi al 2021, non corrisponde infatti interamente a un aumento della quantità di beni e servizi prodotti. Una parte di quella crescita dipende dall’aumento dei prezzi.
A metà degli anni Dieci il PIL nominale italiano era nell’ordine dei 1.700 miliardi di euro. Nel 2025 ha raggiunto 2.265 miliardi. La distanza è notevole, ma non può essere letta come se rappresentasse integralmente nuova ricchezza reale.
Più lavoro, ma l’Italia resta indietro rispetto all’Europa
Se la crescita rimane uno dei punti deboli, il mercato del lavoro è invece l’indicatore che mostra uno dei cambiamenti più evidenti del decennio.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2026, nel 2025 il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni ha raggiunto il 62,5%, oltre tre punti percentuali sopra il livello precedente alla pandemia.
Il tasso medio di disoccupazione è sceso nello stesso anno al 6,1%, quasi quattro punti percentuali in meno rispetto al 2019.
A dicembre 2025 gli occupati erano circa 24,1 milioni. Nello stesso mese il tasso di occupazione era al 62,5%, mentre quello di disoccupazione, nel dato mensile destagionalizzato, era sceso al 5,6%.
I due valori non vanno confusi: il 5,6% fotografa un singolo mese, mentre il 6,1% rappresenta la media dell’intero anno.
Il miglioramento è comunque netto e costituisce uno dei fenomeni più rilevanti della fase successiva alla pandemia.
Non significa però che il problema italiano del lavoro sia risolto.
Il tasso di occupazione resta infatti inferiore alla media dell’Unione europea. La debolezza italiana non riguarda soltanto quante persone cercano un impiego senza trovarlo, ma anche quante rimangono completamente fuori dal mercato del lavoro.
Su questo fronte continuano inoltre a pesare forti differenze territoriali, di genere e di età.
Il paradosso del 2025 comincia proprio qui: l’Italia occupa più persone e registra meno disoccupazione, ma questa maggiore partecipazione al lavoro non si traduce, almeno per ora, in una crescita economica altrettanto sostenuta.
Il deficit torna verso il 3%, dopo l’esplosione della pandemia
Anche la finanza pubblica porta ancora chiaramente i segni del 2020.
Prima della pandemia il deficit italiano si collocava nell’ordine del 2-3% del PIL. Con l’emergenza sanitaria, gli interventi di sostegno a famiglie e imprese e la contemporanea caduta dell’attività economica, il disavanzo aumentò bruscamente.
Eurostat indicava un deficit pari al 9,4% del PIL nel 2020, all’8,7% nel 2021, all’8,6% nel 2022 e al 7,4% nel 2023 nella serie disponibile con la notifica EDP dell’aprile 2024.
Le revisioni successive dei conti nazionali possono modificare retrospettivamente alcuni di questi valori, ma la traiettoria resta evidente: prima il forte deterioramento prodotto dalla crisi, poi il progressivo rientro.
Ed è proprio nel biennio 2024-2025 che la correzione diventa più marcata.
Secondo l’ultima revisione ISTAT, l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è sceso al 3,4% del PIL nel 2024 e al 3,1% nel 2025.
Il Paese si trova quindi ormai molto vicino al valore di riferimento europeo del 3%.
Nel 2025 torna inoltre positivo il saldo primario: +0,8% del PIL, dopo lo 0,5% del 2024.
È un dato particolarmente rilevante per l’Italia. Il saldo primario misura infatti la differenza tra entrate e spese pubbliche prima del pagamento degli interessi sul debito. Per un Paese che deve gestire uno stock di debito molto elevato, indica la capacità dei conti pubblici di generare un avanzo prima del costo accumulato delle passività pregresse.
Il vero vincolo resta il debito
Se il deficit mostra un miglioramento evidente, il debito pubblico continua invece a rappresentare il principale vincolo strutturale.
Prima della pandemia il rapporto tra debito e PIL italiano si collocava nell’ordine del 130%.
Nel 2020, sotto l’effetto combinato del maggiore indebitamento necessario ad affrontare l’emergenza e della violenta contrazione del prodotto interno lordo, il rapporto salì fino a circa il 155%.
Con la ripresa economica cominciò poi a diminuire. Eurostat registrava il 147,1% nel 2021, il 140,5% nel 2022 e il 137,3% nel 2023 nella serie pubblicata nell’aprile 2024.
Alla fine del 2025 il debito italiano risultava pari al 137,1% del PIL, secondo i dati Eurostat disponibili nell’aprile 2026.
È un livello molto inferiore al picco della pandemia, ma ancora enorme in termini europei: il secondo rapporto più elevato dell’Unione dopo quello della Grecia.
Ed è proprio questa la grande differenza tra deficit e debito.
Il primo misura il disavanzo prodotto in un determinato periodo e può cambiare rapidamente, come dimostra il passaggio dai livelli eccezionali della pandemia al 3,1% del 2025. Il secondo rappresenta invece lo stock accumulato nel tempo. Ridurlo è un processo inevitabilmente più lungo e fortemente dipendente dalla capacità del Paese di crescere.
Per questo crescita e debito sono due problemi strettamente collegati.
Un’economia che cresce poco rende più difficile ridurre il peso percentuale del debito, anche quando i conti annuali migliorano.
Spread ai minimi dal 2009: meno tensione sui titoli italiani
Se il debito resta molto elevato, il mercato alla fine del 2025 lo valuta però in un contesto decisamente meno teso rispetto ad altre fasi dell’ultimo decennio.
Lo spread BTP-Bund — la differenza tra il rendimento dei titoli di Stato italiani decennali e quello dei Bund tedeschi con durata analoga — si collocava a circa 65 punti base a fine 2025, secondo il rapporto CONSOB sui mercati dei capitali.
Era il livello minimo dal 2009 e risultava inferiore di circa 47 punti base rispetto all’inizio dell’anno.
Lo spread non è un parametro previsto dalle regole europee di finanza pubblica. È però un termometro importante della percezione del rischio da parte degli investitori: indica quanto rendimento aggiuntivo il mercato richiede per detenere titoli italiani rispetto al riferimento tedesco.
La sua riduzione è quindi favorevole per la finanza pubblica, anche se il beneficio sulla spesa per interessi non è immediato.
Il Tesoro non rinnova infatti tutto il debito contemporaneamente. I titoli vengono rifinanziati progressivamente alla loro scadenza e solo con il tempo i nuovi rendimenti di mercato si trasmettono al costo medio dell’intero debito pubblico.
L’inflazione ha cambiato anche il modo di leggere il PIL
Per capire perché il PIL nominale italiano sia cresciuto così rapidamente negli ultimi anni occorre considerare anche un altro protagonista del decennio: l’inflazione.
Dopo una lunga fase caratterizzata da aumenti dei prezzi molto contenuti, il periodo successivo alla pandemia e la crisi energetica hanno provocato una forte accelerazione.
Le conseguenze si sono propagate sull’intera economia: redditi reali, consumi, tassi di interesse e rapporto fra debito e PIL.
Nel 2025 la pressione sui prezzi era tornata su livelli molto più moderati. Secondo l’ISTAT, l’indice NIC ha registrato una crescita media annua dell’1,5%, rispetto all’1% del 2024. L’inflazione di fondo si è attestata all’1,9%.
Anche questo aiuta a leggere correttamente i numeri del decennio.
L’aumento del PIL espresso in euro durante gli anni di forte inflazione non equivale infatti a un aumento dello stesso ordine della produzione reale o del potere d’acquisto.
Per capire quanto un’economia stia effettivamente crescendo bisogna quindi guardare soprattutto ai dati in volume, non soltanto alla crescita dei valori nominali.
Le nuove regole europee e il ritorno del vincolo sui conti
Il miglioramento del deficit italiano avviene mentre è cambiato anche il quadro europeo della finanza pubblica.
L’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il Protocollo n. 12 mantengono come valori di riferimento il 3% del PIL per il disavanzo pubblico e il 60% per il debito.
La riforma della governance economica europea del 2024, e in particolare il Regolamento UE 2024/1263, ha però modificato il modo in cui vengono costruiti e monitorati i percorsi nazionali di aggiustamento.
Per i Paesi con debito superiore al 60% del PIL o deficit superiore al 3% vengono definite traiettorie di spesa netta e percorsi finalizzati a garantire la sostenibilità del debito nel medio periodo e a riportare o mantenere il disavanzo sotto il valore di riferimento.
Per gli Stati con un rapporto debito/PIL superiore al 90%, il regolamento prevede inoltre, nelle condizioni stabilite dalla normativa, una salvaguardia di sostenibilità collegata alla riduzione media annua del rapporto.
In Italia il quadro europeo si affianca a quello costituzionale.
L’articolo 81 della Costituzione stabilisce che lo Stato assicura l’equilibrio tra entrate e spese del proprio bilancio tenendo conto delle fasi favorevoli e avverse del ciclo economico. Disciplina inoltre il ricorso all’indebitamento e la copertura delle leggi che comportano nuovi o maggiori oneri.
La legge 24 dicembre 2012, n. 243, adottata in attuazione dell’articolo 81, completa la disciplina nazionale collegando la programmazione di bilancio agli obiettivi di medio termine e al quadro europeo.
Per l’Italia, che continua ad avere un debito pari a circa il 137% del PIL, le nuove regole rendono ancora più stretto il rapporto fra politica di bilancio, crescita economica e sostenibilità del debito.
Un Paese meno fragile, ma ancora poco dinamico
A guardare insieme i principali indicatori, il decennio 2016-2025 non consegna quindi un giudizio univoco.
L’Italia che emerge dalla pandemia è, sotto alcuni aspetti, più solida.
Il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,5%. La disoccupazione media è scesa al 6,1%. Il deficit, dopo essere salito al 9,4% del PIL nel 2020, è tornato al 3,1%. Il saldo primario è nuovamente positivo. Lo spread BTP-Bund è sceso intorno ai 65 punti base, il valore più basso dal 2009.
Ma contemporaneamente restano irrisolte due questioni decisive.
La prima è la crescita.
Dopo il rimbalzo eccezionale seguito alla pandemia, l’economia italiana è tornata a espandersi lentamente. Nel 2025 il PIL reale è aumentato soltanto dello 0,6%.
La seconda è il debito.
Il rapporto con il PIL è diminuito nettamente rispetto al picco di circa il 155% raggiunto nel 2020, ma continua a collocarsi intorno al 137%, ben oltre il valore europeo di riferimento del 60%.
Il risultato è un’economia apparentemente meno esposta alle tensioni che hanno caratterizzato altri momenti dell’ultimo decennio, ma che conserva un margine di manovra limitato e soprattutto una domanda ancora aperta sulla propria capacità di crescita.
I numeri del 2025 mostrano dunque un’Italia con più occupati, minore disoccupazione, conti pubblici in graduale riequilibrio e una percezione del rischio sui mercati molto più contenuta.
Ma mostrano anche il limite che attraversa l’intero decennio: senza una crescita reale più forte e duratura, ridurre davvero il peso del debito resterà difficile.
Ed è probabilmente questa, più di ogni singolo indicatore, la questione economica con cui l’Italia entra negli anni successivi al 2025.
