Il 26 luglio 2012, a Londra, un uomo con la voce da confessore pronuncia tre parole che cambiano la storia monetaria del continente.
Whatever it takes, and believe me, it will be enough
Mario Draghi salva l’euro con una frase. Ma cosa c’è dietro quell’uomo, dietro quella sicurezza che pare costruita in laboratorio? È la domanda da cui parte Cristina La Bella, giornalista e filologa formatasi alla Sapienza, premiata come “Laureato Eccellente”, che con Mario Draghi. La speranza non è una strategia (Santelli editore, collana Agorà, 2025, in uscita in edizione inglese il 27 marzo) firma un’opera prima ambiziosa, con il merito di non accontentarsi della risposta più comoda: il genio, il tecnocrate, il salvatore.
Il libro nasce da un dettaglio. Le mani di Draghi riprese da un cameraman durante un Consiglio dei ministri nell’estate 2021. Mani curate, niente di appariscente, una fede d’oro e un Apple Watch nero che spunta dal polsino. Ma nasce anche da una circostanza fortuita: l’incarico di seguire un intervento di Draghi al Meeting di Rimini, quel discorso sul “debito buono e debito cattivo” che la spinse a chiedersi perché fosse sempre lui a dover salvare qualcosa. La Bella parte da lì e ricostruisce un percorso lungo settant’anni: l’infanzia romana, la perdita precoce dei genitori, la tesi con Federico Caffè, il dottorato al MIT, la Banca Mondiale, il Tesoro di Guido Carli, Goldman Sachs, Bankitalia, la Bce, Palazzo Chigi, e poi quella soglia del Quirinale che non ha mai varcato.
È una biografia ambiziosa nella copertura, quaranta capitoli, dalla nascita al rapporto sulla competitività europea del 2025, e dichiaratamente non neutrale. La Bella lo ammette fin dalla premessa, prendendo in prestito la lezione di Oriana Fallaci: non distacco chirurgico, ma un punto di vista onesto. Il suo è quello di chi vuole capire perché un economista schivo, con la faccia da poker e la reputazione di «uomo dalle passioni fredde», susciti al tempo stesso venerazione e diffidenza. La scelta paga: è proprio questa prossimità dichiarata a consentire all’autrice di restituire un Draghi tridimensionale, distante tanto dall’agiografia quanto dal ritratto del tecnocrate senz’anima.
I capitoli più riusciti sono quelli in cui La Bella fa parlare le contraddizioni senza risolverle. Il Draghi che annulla le vacanze per costruire le OMT e il Draghi che brucia ancora per il mancato Colle. Il pragmatista che inventa strumenti finanziari senza precedenti e l’idealista che chiude i suoi discorsi invocando i padri fondatori dell’Europa. Il tecnico che i colleghi definiscono cordiale e l’uomo che, secondo chi gli è stato accanto, «valuta le persone soprattutto in relazione a quanto sono funzionali rispetto all’obiettivo». È in questa capacità di tenere insieme i chiaroscuri senza cedere alla semplificazione che il libro trova la sua voce più convincente.
Particolarmente felici le pagine dedicate al rapporto con Federico Caffè e con Carlo Azeglio Ciampi, due figure che La Bella tratteggia con cura, mostrando come abbiano contribuito a forgiare quel pragmatismo venato di senso delle istituzioni che è forse il tratto più riconoscibile di Draghi. E il procedere narrativo, che alterna il ritratto personale alla ricostruzione dei grandi snodi della politica europea, ha il pregio di rendere accessibile anche al lettore non specialista la complessità delle decisioni che hanno segnato l’ultimo quindicennio del continente.
Chi oggi guarda all’Europa con le preoccupazioni di un liberale troverà nelle pagine finali, dedicate al rapporto sulla competitività e al vertice Cotec, la sintesi più accessibile del pensiero di un uomo che continua a ripetere ai governi europei la stessa cosa:
Do something.
Fatelo adesso, o sarà una lenta agonia. Che la speranza, appunto, non è una strategia.
