La puntata di “Radio Anch’io” del 10 ottobre 1986 ruota intorno ad una domanda tanto ambiziosa quanto ambivalente: “Perché si scrive?” A condurla è Gianni Bisiach, dal 1980 alla guida dello storico programma radiofonico intercettando temi e questioni di ampio interesse culturale e, al contempo, di esteso richiamo popolare. Anche in quel venerdì di ottobre di quarant’anni fa, Bisiach interpella uomini e donne di un’attualità italica fin de siècle abitata da poeti e scrittori, docenti e saggisti, per dare la parola a chi delle parole s’intende, ingenerando vivaci corto-circuiti con dandy e salonnière già noti al pubblico dei salotti televisivi dell’epoca, dal Maurizio Costanzo Show a Mixer.
Gli ospiti invitati, per esperienza o competenza, si confrontano con i radioascoltatori, tra versi di poesie e note critiche, racconti di vita e cronache nazionali, stralci di romanzi e novità editoriali, miscelando battute di spirito a spunti perlopiù ruotanti intorno all’asse che va dalla ragione interiore per cui scrivere alla strategia di sopravvivenza degli scrittori. Ci si domanda a più riprese, complici anche le sollecitazioni giunte da casa, se la poesia possa intendersi ancora come genuina opzione espressiva praticabile tra i vari generi letterari o non sia ormai ridotta a mera fonte di sostentamento economico-finanziario per uomini e donne che alle Muse attingono sì versi, ma non il pane. È un indugiare d’antica origine. Da Petronio a Brecht, passando per Petrarca e Foscolo, il poeta è disceso dalle romantiche vette dell’ispirazione solitaria per attraversare in compagnia di critici ed agenti commerciali le più amene radure del mercato editoriale. La storia della letteratura studiata a scuola disegna dopotutto questa traiettoria, con realismo e amarezza: il poeta della modernità è costretto a cedere quote ingenti di libertà in cambio di qualche spicciolo di autonomia. Piaccia o no ai segreti acerbi lettori del Werther e dell’Ortis.
Vero è che la traccia radiofonica suggerita da Bisiach dischiude un orizzonte illimitato di riflessioni e fa di quella diretta una delle puntate più interessanti, di certo tra le più curiose e divertenti, tant’è che Bisiach, sul finire, dirà che è stata “una trasmissione un po’ avventurosa, boicottata da qualche forza oscura”. A che cosa allude? La risposta giunge alla fine – o quasi – con l’intreccio spontaneo delle risposte succedutesi nel corso della puntata.
Ai microfoni di “Radio Anch’io” del 10 ottobre 1986 s’avvicendano l’eclettico politico ed intellettuale Antonello Trombadori, autore in quegli Anni Ottanta di apprezzati sonetti romaneschi; lo storico Lucio Villari, firma autorevole della saggistica meridionalistica e non solo, che rivela di aver scritto qualche poesia e di aver comunque dovuto esercitarsi non poco per approdare ad una scrittura soddisfacente; il regista Giacomo Battiato, che appena due giorni dopo avrebbe lanciato su RaiUno la miniserie “Il cugino americano”, di cui aveva scritto la sceneggiatura con Corrado Augias; il corrispondente finanziario e già poeta Franco Desideri, in collegamento da New York, accolto con simpatia come redivivo ‘uomo d’affari di Wall Street’. E ancora: due ‘journalistes chevronnés’. Ruggero Orlando, chiamato a presentare le poesie scritte nei paesi e nelle città attraversate – l’ultima è “Ode alla California” – e Sandro Paternostro, in collegamento da Londra, salutato come un ‘frequentatore assiduo’ della trasmissione, a cui Bisiach dà subito la parola per accennare al suo libro “Il vento in faccia”. Non tarda invero il lord siciliano ad ammettere che il giornalismo gli serve per sopravvivere, la poesia per vivere. È, questa, una precisazione leale che mette il dito nella piaga e sembra dettare la linea ad un’altra puntata di “Radio Anch’io”, quella che seguirà il 4 novembre 1987, dedicata ancora al rapporto tra creazione artistica e sussistenza materiale, giustamente intitolata “Come vivono i poeti”, condotta però da Nantas Salvalaggio.
Interviene inoltre Marta Marzotto, la regina dei salotti, che proprio in quel 1986 esordisce come autrice con “Il successo dell’eccesso. Esiste un vero dandy?” (Bompiani, 1986). Lei, che dice d’essere “illetterata”, è rimasta sorpresa dalla fortuna editoriale di quel che chiama “libretto”, scritto in principio per pochi intimi, lette le tante recensioni belle e meno belle riscontrate sulla stampa. Resta, ad ogni modo, la convinzione che in una società malata di esuberanza mediatica occorrono virtù e carattere, affinché la mondanità continui ad essere declinata con ritegno ed eleganza.
E ancora al microfono: il correttissimo Luciano Rispoli, in linea da Torino, prende parola sul finire, a dibattito ormai quasi concluso, per raccontare la sua fatica e richiamare alcune assonanze con la sua trasmissione televisiva “Parola mia”, da qualche anno circa tenuta a battesimo su RaiUno.
Infine, partecipa alla trasmissione il poeta Dario Bellezza, invero il primo ad esser stato presentato da Bisiach, colui che a differenza degli altri le poesie le scrive davvero per mestiere. Del resto, il conduttore aveva invitato “quelli che scrivono” per professione o diletto, quasi a voler evidenziare quanto sia ormai scontornato – se non sconfinato – il campo dell’attività editoriale, un tempo ristretto ai poeti e scrittori, illuminati o alluminati che fossero, oggi aperto all’indistinta varietà del genere umano. Capitalismo onnivoro.
Di battuta in battuta, mentre i minuti scorrono in diretta, affiora tra gli interlocutori la radiografia della società contemporanea: l’industria culturale è la madre madrina che – in barba alla ‘matrigna’ del Leopardi – tutti accoglie, tant’è che anche alla casalinga e al metalmeccanico è data la possibilità di pubblicare versi. Ne è franco assertore, con provocatoria e disinibita incoerenza, proprio Dario Bellezza.
Anche lui ha in fin dei conti il suo ultimo libro in saccoccia. È “L’amore felice” (Rusconi, 1986), romanzo scritto con parole d’audace lirismo, quello che tradisce da anni l’irredimibile coscienza maledetta del poeta che oppone all’ipocrita “amore felice” di marca borghese il dramma indomabile delle passioni eretiche ed eversive che, in quanto tali, mai scendono a patti con la società e mai negoziano l’oggetto amoroso. Bisiach legge qualche riga appena e resta ammirato: “Sembra quasi una poesia”. E ci ha visto giusto. Bellezza ammette subito: “Questo libro, lo confesso, l’ho scritto per soldi. Io non sono romanziere, non sono capace di scrivere romanzi e spero che molti poi lo comprino. È una poesia biografica truccata da romanzo. Con le poesie, lo sanno tutti, non si guadagna una lira.”
Un’ascoltatrice che scrive versi era intervenuta qualche minuto prima: sapendo di non essere la Marzotto, aveva chiesto come i meno abbienti potessero pubblicare libri. Trombadori aveva risposto: “La poesia è come la l’automobile oggi. Chi è che non ce l’ha?” La signora risponde che il marito ne ha una. E sicuro chiude l’ex partigiano: “Lo vede? Ha l’automobile! E quindi avrà anche il suo libro di poesie. Signora, abbia coraggio!”
Ma Bellezza più avanti riprende: “Alla signorina che chiedeva come pubblicare un libro: lo paghi. Eviterà tante trafile, corvée ed umiliazioni per cercare di pubblicare un libro. Vada da un tipografo. I piccoli editori – poveracci! – hanno problemi di soldi. Un libro costa due o tre milioni. Perché un tipografo o editore dovrebbero regalare ad una signorina qualsiasi o a una brava poetessa tre milioni?”
Poi accenna alla similitudine poesia-automobile azzardata da Trombadori: “Se uno compra una macchina che costa quindici non capisco perché non dovrebbe pagarsi un libro che costa tre milioni. Anche e soprattutto sapendo come va altrimenti a finire. E cioè: non lo pubblica.” Incalzato da Bisiach, che gli chiede: “Ma i tuoi libri di poesie ti rendono o no?”, lui va dritto: “I libri non rendono niente. Perché la gente purtroppo oggi non compra libri, non legge. Tutti scrivono, ma nessuno legge. I poeti che scrivono poesie non leggono gli altri poeti, perché tutti si sentono grandissimi. Anche l’ascoltatrice credo che si senta un genio. E non c’è niente di male – insisto – a pagare. Anche Moravia si è pagato il primo libro, anche Pasolini si è pagato il primo libro.”
C’è chi lo interrompe e gli fa notare di Moravia: “Il papà glielo ha pagato.” E Bellezza chiude: “Beh, all’ascoltatrice glielo pagherà il marito. Non c’è niente di male.”
Il bohémien del lungotevere, traduttore non a caso di Rimbaud, aveva esordito quindici anni prima con la raccolta “Invettive e licenze” (Garzanti, 1971), che tanto era piaciuta a Pasolini dall’aver voluto introdurre il giovane negli ambienti romani. Ma “introdurre” è un verbo che mal s’addice al poeta, vittima compiaciuta di esili ed espulsioni. Dieci anni prima, in “Morte segreta” (Garzanti, 1976), Bellezza si dichiarava voce solitaria echeggiante nell’occulto inferno dal cui “freddo inerte buio” non gli era dato uscire.
A pochi minuti dalla fine, l’ultimo ascoltatore della trasmissione – un tal Roberto – non riesce ad intervenire. C’è chi ipotizza che sia il boicottaggio di qualche poeta. Bisiach si chiede se non sia la forza oscura della mafia di cui ha raccontato Battiato nella sua ultima pellicola. Il regista osserva che le poesie dei grossi mafiosi sono brutte bruttissime e dà senza volerlo il pretesto all’intellettuale comunista Antonello Trombadori per polemizzare contro le recenti campagne garantiste dei radicali: “Il paradosso dei mafiosi è che amano gli animali e gli uccellini e poi ammazzano”. Lesto va a fondo: “E poi si iscrivono al Partito Radicale.”
La battuta increspa l’onda radiofonica e schiude un istantaneo iato tra ilarità e imbarazzo, per prendere subito posto nel solco delle dispute allora correnti tra i radicali e i comunisti.
Chiude Bisiach alle 10.35: “Abbiamo parlato di libri, abbiamo parlato di poesie, abbiamo parlato di scrittori, abbiamo parlato di tutto e ci siamo trovati poi alla fine un po’ impantanati senza saper bene come uscirne.”
È l’Italia, Bellezza.
