“Chi resta sveglio”, è un libro di etica. Sanitaria in primis, di vita in senso lato. La mitologia, genialata dell’autore è l’accattivante espediente con cui apre un confronto introspettivo, aperto, disarmante con il lettore. Dalla penna di Alfonso Papa, il libro esce in un momento della sua vita non casuale: la maturità. Il momento in cui, nella corsa irrefrenabile del treno esistenziale, si sente l’esigenza della sosta, dello sguardo fuori, verso la coda del treno ed avanti. L’autore trasmette l’esigenza di risposta agli interrogativi che i fotogrammi della memoria professionale, gli pongono. Lo fa avulso da ipocrisie, compromessi con sé stesso, coinvolgendo tre interlocutori: sanitari, pazienti, gente comune. A ciascuno propone, con delicata efficacia una finestra di visione, un metodo di analisi. Un invito a pensare. Un dovere.
Le storie raccolte nel volume sono due, e si rispondono a distanza.
Nella prima, siamo In Grecia, Epidauro, IV secolo A.C. nel tempio di Asclepio (o Esculapio), primo medico della storia e semi Dio. Giungono al tempio ogni giorno, uomini, donne, di ogni età malati, non guariti altrove o in altri modi. Vengono accolti nell’Abaton, un portico che, con le sue regole, è antistante al tempio. Qui, i malati, stremati dalla malattia e trascorsi di vita, devono semplicemente dormire. Durante il sonno, in sogno, non a tutti, comparirà il Dio della medicina che suggerirà la cura adatta alla loro situazione. Un uomo, che non è un sacerdote, raccoglierà le loro testimonianze al mattino. Saranno scolpite, scritte su pietre, esposte poi all’ingresso del tempio da un addetto ai lavori: il lapicida. Saranno visibili ai prossimi avventori del tempio e consegnate alla memoria della storia.
Nella seconda storia, ci spostiamo non lontano da Epidauro, a Susa, alla corte di Dario, re di Persia. «Il tempo concesso» prende le mosse da un racconto di Erodoto: Democede di Crotone, medico greco finito schiavo, viene tirato fuori dai magazzini del palazzo per curare il piede del re, dopo che i medici egizi hanno fallito. Cambiano il luogo, l’epoca e i protagonisti, ma il terreno resta lo stesso: il malato, chi lo cura, e quello che di quella cura verrà raccontato.
A prescindere dall’aspetto mitologico, a Epidauro, furono ritrovate ed esistono tutt’oggi pietre, con iscrizioni dei contenuti descritti. Dodici notti, con personaggi, storie umane e malattie diverse. Le percezioni immediatamente fruibili riguardano il pubblico dei sanitari e pazienti. Chiunque riconoscerà nella descrizione di ogni ospite dell’Abaton, una determinata sindrome dolorosa, una malattia, decriptabile facilmente dalla suggestiva descrizione dell’autore, che non lesina riferimenti alla differenziazione di diverse tipologie di dolore. Emozionanti anche gli esempi di primordiale documentazione sanitaria, se si pensa alle iscrizioni lapidarie all’ingresso dell’Abaton, nel nostro immaginario, volendo, una sorta di accettazione di pronto soccorso ante litteram. Il lavoro letterario di Alfonso Papa va molto oltre, confezionando al libro il carattere di unicità. Il fenomeno “Dolore malattia” è dipinto ad arte in un quadro, la cui cornice avvolge aspetti più ampi della vita del soggetto presentato: sofferenza dell’anima, mal di vivere, per usare una espressione letteraria successiva ad Epidauro. Dovuto alla malattia? Amplificato dalla stessa perché già presente nella vita del soggetto? Nella diversificazione di risposte, risalta subito uno dei “Leitmotiv” del libro: Il tentativo di cura del soggetto è dormire, aspettare. Si apre lo scenario immenso del concetto di “Terza via”, possibilità alternativa, non prevista, qualcosa che sfugge al controllo del paziente e soprattutto del curatore. L’autore, con sottile garbo letterario, stimola in modo indolore il lettore a spostarsi da Epidauro dove ovviamente il paziente dell’epoca aveva una motivazione strettamente fideistica, per portarsi ai nostri giorni, nei quali le motivazioni dei singoli soggetti, sono, saranno chiaramente subordinate alle estrazioni culturali variegate: fede, destino, caso, mistero. In questa ottica, Alfonso Papa, nel suo bagno di umiltà pensosa, invita i sanitari a riflessioni profonde con specifiche domande nell’epilogo di ognuna delle notti dell’Abaton. Il pretesto, sempre il contenuto iscritto su ogni pietra: quanto di ciò che si è registrato corrisponde al vero? Quanto è rimasto tale oltre quel momento? Quanto è stato arrotondato? Viene subito alla mente il conflitto sottolineato dai padri della filosofia greca “Aletheia-doxa”, fra verità e opinione e quanto quest’ultima sia condizionata dalle emozioni, fragilità, debolezze umane.
Le due storie hanno un minimo comune denominatore: Il tempo. Nella seconda, il concetto, già stigmatizzato nel titolo “il tempo concesso”. Anche qui, il “Primum movens”, l’impellenza dell’autore, sono le risposte agli interrogativi stimolati dalla storia di Erodoto riguardo Democede alla corte di Dario. Il risultato, una straordinaria valenza nel nostro presente sanitario ed umano. Democede, ci regala una “Bibbia comportamentale clinica ed etica”, attualissima, da cui si evince un dovere imprescindibile: le criticità contingenti di un medico, non possono, non devono essere alibi per deroghe al giuramento di Ippocrate. La tecnica di scrittura di Alfonso Papa ha la originalità di una triade costante: descrizione-quesito-risposta
Incontrovertibile. L’episodio, carpito alla grecità, dirompe come scossa tellurica nella coscienza di ogni operatore sanitario dei nostri giorni. Democede ci ricorda che in medicina, spesso è più proficuo non fare che fare, che il fare deve dipendere da un presupposto clinico e non da condizionamenti esterni, che è facile agire dopo gli altri, che un gesto semeiologico o terapeutico presuppone un “Metodo”, inteso come “Metà-odòs” e cioè il tragitto attraverso cui camminare. Il rispetto di queste basilari regole, eviterebbero forse oggi il 90% dei contenziosi medici, l’inflazione di medicina difensivistica e la linfa allo sciacallaggio mediatico contro i medici per scopi puramente di lucro.
Da ogni episodio, il lettore, metaforicamente si sveglierà nell’Abaton con l’esigenza di riconoscere le proprie fragilità, condizionanti la verità e il comportamento ottimale. Il paziente capirà quanto può e deve aspettarsi dalla terapia, dai sanitari. I sanitari, quali meriti reali ostentare e quale supporto ricevuto dalla “Vis sanatrix naturae”, quanto hanno trascurato, omesso, arrotondato, in buona, cattiva fede, o vanità. Le persone comuni, a cosa credere, a chi affidarsi, come non farsi suggestionare dai luoghi comuni e, diremmo oggi dal “Dr. Google”. Nel racconto, si incontrano, sono messe in luce figure che avrebbero oggi la dignità di esempi, modelli, come l’interlocutore dei malati, Eufemo che è in perfetta buona fede, sui limiti della medicina del tempo e alimenta nella persona malata, non solo il credo in un Dio, ma l’orizzonte del “Non prevedibile” nel bene, nel male e che si chiama speranza.
Alfonso Papa, per discutere di dolore, malattia, mal di vivere, condizionati dalle emozioni, debolezze umane, ha intuito che non esisteva modello migliore del mondo mitologico, abitato da figure miste di “Divino-umano”. La dimensione che si vive nell’Abaton, “Aspettare nel sonno”, rappresenta la esegesi di un valore che la globalizzazione, il vorticoso consumismo dei nostri giorni, subordinati alla “Dipendenza del like”, andrebbe recuperato: la attesa. L’attendere che non equivarrebbe a passività, arrendevolezza, ma possibilità di pensare, decidere dopo il sedimento delle emozioni. Esiste il tempo della natura, che è quello che la stessa si prende per guarire un corpo malato. Il medico, lo ricorda Democede, deve inserirsi nel ritmo di questo tempo, rispettandone le cadenze, imprescindibili dal malato, dal medico o da un re. Esiste un tempo dell’anima, incompatibile con l’esistenza odierna su un treno ad alta velocità. Abbiamo sottolineano la sensazione che l’incipit dello sforzo letterario di Alfonso Papa sia una sosta nella corsa del treno. Dopo l’ultima pagina del libro, siamo tentati a pensare che il sogno dell’autore e l’auspicio per tutti, possa essere l’utopia di un percorso esistenziale su una locomotiva a vapore. Sarebbe non ritorno ad un passato remoto, ma la salvezza per il futuro.
Garanzia di risposta, se non alla “Aletheia” in termini filosofici, a quel concetto scritto sulla tomba di Emanuele Kant:” La legge morale dentro di noi”. Il lettore, nel libro ritroverà questa esigenza dell’autore e la farà sua.
