Ci sono famiglie molto unite e famiglie nelle quali separarsi diventa difficile. Sembrano la stessa cosa, ma non lo sono.
In una famiglia unita ciascuno può crescere, scegliere, cambiare strada, trasferirsi, costruire una propria vita continuando a sentirsi parte del nucleo originario. Nella famiglia invischiata, invece, i confini sono più confusi: ciò che riguarda una persona finisce per riguardare tutti e ogni scelta individuale rischia di essere interpretata come una scelta contro la famiglia.
L’appartenenza diventa così qualcosa da proteggere a ogni costo.
In alcune famiglie questo meccanismo è evidente persino nella disposizione materiale della vita. Figli, fratelli e sorelle abitano nello stesso palazzo, nella stessa strada, nello stesso quartiere. Le case passano da una generazione all’altra e difficilmente escono dal perimetro familiare. Si crea quasi un clan, con un territorio da conservare, beni da mantenere all’interno e un’identità collettiva da difendere.
Non c’è naturalmente nulla di sbagliato nel vivere vicini ai propri familiari. Può essere una grande risorsa. La differenza sta nella libertà.
Si rimane perché lo si desidera oppure perché andarsene provocherebbe sensi di colpa, conflitti e accuse? Si condivide un immobile perché rappresenta una scelta conveniente oppure perché dividere quel patrimonio sarebbe vissuto come una divisione della famiglia stessa?
È proprio attraverso gli immobili che, qualche volta, un legame emotivo diventa anche un legame materiale.
Si pensi a tre sorelle alle quali vengono lasciate quote degli stessi beni. L’intenzione può essere quella di trattarle allo stesso modo e mantenerle unite. Ma negli anni quella scelta può produrre l’effetto opposto: nessuna è completamente autonoma e ogni decisione importante continua a coinvolgere le altre.
Vendere, affittare, ristrutturare o semplicemente immaginare un utilizzo differente del proprio patrimonio significa necessariamente confrontarsi con il resto della famiglia.
Il mattone finisce così per rendere visibile qualcosa che esisteva già sul piano emotivo: la difficoltà a lasciar andare.
Ed è curioso che due parole così profondamente collegate alla storia della famiglia siano patrimonio e matrimonio. La prima deriva dal latino patrimonium, legato al padre; la seconda da matrimonium, legato alla madre. Non hanno lo stesso significato, naturalmente, ma la vicinanza linguistica permette una suggestione interessante.
In alcune famiglie il patrimonio può finire quasi per comportarsi come un matrimonio: lega.
Lega fratelli e sorelle, generazioni, decisioni e progetti. E mentre un patrimonio dovrebbe teoricamente aumentare le possibilità di scelta, in determinate situazioni può accadere il contrario: diventa qualcosa da cui è difficile separarsi senza mettere in discussione anche il proprio posto all’interno della famiglia.
È allora che possono comparire messaggi più o meno espliciti: quella casa non si vende, quel bene deve rimanere alla famiglia, bisogna decidere tutti insieme, chi se ne va rinuncia a qualcosa.
In casi estremi persino l’eredità può diventare uno strumento di pressione: se fai ciò che la famiglia considera giusto, continui ad appartenere; se scegli autonomamente, rischi di perdere non soltanto approvazione e vicinanza, ma anche vantaggi economici e beni.
Il problema, ancora una volta, non è il patrimonio. È il significato che gli viene attribuito.
Una casa può essere un dono oppure un vincolo. Una comproprietà può essere una risorsa oppure il modo attraverso il quale persone adulte continuano a essere costrette a negoziare ogni scelta con il proprio nucleo originario.
La famiglia realmente solida, invece, non dovrebbe avere bisogno di trattenere.
Può lasciare andare un figlio, una sorella, un fratello sapendo che la distanza non cancella l’appartenenza. Può accettare che qualcuno venda una casa, cambi città o costruisca altrove il proprio centro senza interpretarlo come un tradimento.
Forse è proprio questa una delle prove più difficili dell’amore familiare: continuare a sentirsi famiglia anche quando ciascuno diventa libero di andare.
