Esiste un mondo nel mondo. Un luogo non delimitato da confini geografici, nel quale si entra attraverso il denaro, il potere, le conoscenze giuste, la notorietà e la capacità di influenzare gli altri. Paulo Coelho, nel romanzo Il vincitore è solo, lo chiama Superclasse.
Il libro, ambientato durante il Festival di Cannes, racconta proprio quel microcosmo fatto di celebrità, grandi imprenditori, produttori, modelle, stilisti e persone disposte a tutto pur di essere ammesse nel ristretto gruppo di coloro che sembrano contare davvero. Coelho utilizza questo ambiente come una lente d’ingrandimento attraverso la quale osservare qualcosa che riguarda, in realtà, l’intera società: il desiderio umano di essere riconosciuti, ammirati e considerati importanti.
La Superclasse non coincide semplicemente con la ricchezza. È qualcosa di più sottile. Significa avere accesso a luoghi, persone, informazioni e opportunità che non sono disponibili a tutti. Significa poter telefonare alla persona giusta, entrare dove altri rimangono fuori, trasformare una conoscenza in un’occasione e, soprattutto, essere riconosciuti dagli altri membri dello stesso gruppo.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante della riflessione di Coelho: non basta avere successo, bisogna che qualcuno riconosca quel successo.
Il meccanismo non appartiene soltanto al mondo dorato raccontato nel romanzo. In forme diverse attraversa tutta la società. Esistono superclassi nella finanza, nella politica, nell’università, nello spettacolo, nell’imprenditoria e persino nei piccoli ambienti professionali. Ogni gruppo costruisce i propri simboli di appartenenza, stabilisce chi è dentro e chi è fuori e attribuisce valore a determinati segnali: il titolo, l’automobile, l’indirizzo, il ristorante frequentato, le persone conosciute.
Oggi a tutto questo si è aggiunta una nuova forma di potere: la visibilità.
I social network hanno apparentemente democratizzato la notorietà. Chiunque può parlare a migliaia di persone, costruire una comunità e diventare influente senza appartenere alle tradizionali élite economiche o culturali. Ma contemporaneamente hanno creato nuove gerarchie. Follower, visualizzazioni, inviti, collaborazioni e accesso a determinati ambienti sono diventati altrettanti indicatori di status.
Cambia la moneta, ma il bisogno umano rischia di rimanere identico: essere visti.
Ed è qui che il tema della Superclasse diventa psicologico prima ancora che economico.
Che cosa accade quando il valore personale comincia a dipendere dallo sguardo degli altri? Quanto bisogna possedere per sentirsi finalmente arrivati? E soprattutto: esiste davvero un punto nel quale una persona può dire “adesso è abbastanza”?
La risposta non è scontata.
Il denaro può offrire libertà, sicurezza, esperienze, possibilità di scelta e accesso a opportunità straordinarie. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma oltre una determinata soglia entra in gioco un’altra economia, quella interiore. Se l’obiettivo diventa continuamente il livello successivo, il confronto non avviene più con chi possiede meno, ma con chi possiede ancora di più.
Ed ecco il paradosso: una persona può essere considerata straordinariamente privilegiata dalla maggioranza della popolazione e sentirsi comunque inadeguata all’interno del proprio gruppo di riferimento.
Il vincitore è solo porta all’estremo proprio questa contraddizione. Dietro l’immagine scintillante del successo compaiono fragilità, competizione, paura di essere esclusi, bisogno di conferme e solitudine. Il titolo stesso contiene una provocazione: che valore ha vincere, se alla fine il vincitore rimane solo?
Non significa demonizzare la ricchezza o il successo. Al contrario. Significa interrogarsi sulla loro funzione.
Il denaro è una risorsa straordinaria quando amplia la libertà della persona. Diventa invece una gabbia quando serve continuamente a dimostrare il proprio valore. Lo stesso accade con il prestigio professionale, la notorietà o il potere: possono essere strumenti attraverso i quali realizzare qualcosa oppure trasformarsi in identità dalle quali diventa impossibile separarsi.
È una distinzione molto vicina alla prospettiva dell’Econolismo®, paradigma ideato da Patrizia Bonaca, che invita ad ampliare il concetto stesso di ricchezza. Accanto al capitale economico esistono infatti patrimoni meno visibili ma altrettanto importanti: esperienze, competenze, relazioni, tempo, autonomia, curiosità, passioni e capacità di attribuire significato alla propria vita.
Una persona può quindi essere molto ricca economicamente e poverissima di tempo. Può possedere relazioni influenti e non avere qualcuno con cui mostrarsi fragile. Può essere conosciuta da migliaia di persone e sentirsi profondamente sola. Ma può verificarsi anche il contrario: una persona lontana dai grandi circuiti del potere può possedere libertà, relazioni autentiche, cultura, passioni e una vita che sente profondamente propria.
Forse è questa la domanda interessante lasciata dalla Superclasse raccontata da Coelho.
Non se sia giusto desiderare il successo. Desiderare di crescere, migliorare la propria condizione economica, essere riconosciuti per il proprio lavoro e raggiungere obiettivi importanti è umano e può essere profondamente vitale.
La questione è un’altra: chi stabilisce quando si è arrivati?
Se la risposta è sempre qualcun altro, nessun risultato sarà sufficiente.
Forse la vera superclasse non è composta necessariamente da coloro che possono permettersi tutto, ma da coloro che, a un certo punto della propria vita, conquistano qualcosa di molto più raro: la libertà di decidere personalmente che cosa abbia valore.
Ed è probabilmente questa una delle forme più difficili e preziose di ricchezza.
