Gli studenti italiani si fidano dell’IA, sanno come utilizzarla e ne conoscono le utilità applicative. La utilizzano per studiare, per risolvere problemi, per ricevere consigli. Quel che difetta è la consapevolezza che esistano limiti invalicabili a un’agibilità potenziale che va ben oltre l’uso pratico di un algoritmo. Nel prendere atto che gli under 18 sanno strutturare un prompt, ci si chiede se siano competenti anche nell’ascoltate le domande di vita, quelle autentiche. Andando al sodo: oltre a fornire istruzioni tecniche a IA per ricevere un output che sia probabilmente esatto o esattamente probabile, gli studenti italiani sanno interrogare le aporie della vita per dedurne ulteriori quesiti aperti alla ricerca di senso?
Sono solo alcune delle evidenze emerse e delle riflessioni indotte dall’indagine nazionale “Io e l’Intelligenza Artificiale”, svolta negli scorsi mesi tra marzo e giugno, progettata da INDIRE e dal Festival dell’Innovazione Scolastica, celebrato a Valdobbiadene – in provincia di Treviso – agli inizi di settembre, dopo un lungo percorso svolto nelle scuole italiane.
La survey non poteva non destare interesse, fosse solo per il fatto che la rilevazione – come bene hanno sottolineato i curatori del dossier finale Samuele Calzone, Samuele Borri, Rosalba Manna – è stata tra le più estese ed articolate, seppure di natura empirica, che siano state finora condotte in Italia sulla relazione, tutta da esplorare, tra gli adolescenti e l’intelligenza artificiale.
I dati percentuali disegnano linee di tendenza circa la percezione e la prassi che i giovani sperimentano nel “chiedere qualsiasi cosa” a IA. Sono stati interpellati 5.342 studenti delle scuole secondarie di I e II grado, dei quali il 48,99% composto da studentesse e il 48,22% da studenti. Si è guardato ai giovani in quanto studenti e il questionario, non a caso, è stato compilato in classe. Quella che vien fuori è una gamma di piccoli interessanti indizi che aiutano a costellare un orizzonte sociale che gli adulti potrebbero puntellare con sollecitazioni educative adeguate.
Nell’era dell’accesso immediato all’informazione globale, sono infatti i giovani a rivelarci quanto sia pervasiva la diffusione dei sistemi di IA generativa (ChatGPT e Gemini, ma anche Copilot, Claude) e a quali rischi ci si espone nel consultarli.
I dati parlano chiaro: non v’è dubbio che i giovani abbiano una certa familiarità con gli algoritmi generativi, se l’80% di essi ha dichiarato di sentirsi sicuro nell’interrogare IA e solo il 2% tradisce insicurezza.
Interrogare IA è una prassi ordinaria, un’abitudine comune per il 94% degli studenti. Il 62% lo fa con frequenza corrente. E cioè: il 40% più volte a settimana e il 21% circa quasi ogni giorno. Eppure, gli studenti della scuola secondaria di I grado usano IA con intensità diluita su scala settimanale: solo il 10% vi ricorre ogni giorno. I colleghi delle superiori ne fanno invece un uso quotidiano: lo attesta il 28% degli intervistati.
Al di là della frequenza, ciò che colpisce è il valore percepito. Si pensi che quella tra i giovani e IA è una relazione a quanto pare improntata ad agio e agilità, a mo’ di una ruotine pragmatica, come se si consultasse un esperto o si chiedesse ad un amico di fare in fretta i compiti: il 46,7% dei giovani respondents ricorre non a caso a IA come se interrogasse un assistente vocale ed il 34,3% l’adotta come escamotage per fare più velocemente i compiti per casa. Per ricevere aiuto soprattutto in Italiano, in Matematica, nelle Scienze. Quasi mai nelle discipline artistiche.
Va detto – e i curatori lo dicono – che l’indagine restituisce i dati forniti dalle sole classi delle scuole partecipanti, che hanno costituito una fetta tipica e non indicativa del bacino nazionale. I risultati non forniscono una stima puntuale, non hanno valore di rappresentatività statistica per l’intera popolazione studentesca italiana e vanno perlopiù accolti come una “fotografia esplorativa di ampiezza rilevante”, per cogliere tendenze e segnalare temi ed aspetti da approfondire. Ad iniziare dall’urgenza di una “vigilanza critica” sull’uso di IA, dal momento che alla pur utile opera di alfabetizzazione funzionale – conoscere l’ambito del fare – s’accompagna l’opportunità di un’educazione al prudente discernimento – conoscere l’orizzonte dell’agire – allo scopo di esercitare il senso critico nel vaglio delle informazioni e nel controllo delle fonti. Capita, invece, che IA sia impiegata come ‘anestetico intellettivo’ per realizzare il cognitive offloading (sollievo cognitivo), già esaminato in tempi non sospetti da Evan F. Risko e Sam J. Gilbert dieci anni fa, nel 2016.
Nello specchio di IA si riflette l’io di un’adolescenza ambivalente, che tradisce orientamenti diversi. È quello che i ricercatori INDIRE hanno, con sintesi efficace, definito il “paradosso della fiducia”: gli studenti che si fidano ciecamente di IA e quelli che non se ne fidano affatto sono proprio coloro che meno di tutti ne controllano l’affidabilità. Gli estremi si toccano come nelle parabole di misuse (affidamento acritico dei fiduciosi) e disuse (rifiuto a priori degli scettici): chi troppo crede non è indotto a verificare; chi non vi crede affatto ritiene inutile controllare. A verificare di più la correttezza di IA sono invece gli studenti “moderatamente fiduciosi”.
Dall’intersezione di tre distinte dimensioni registrate nel diverso approccio giovanile a IA (uso e fiducia, verifica, utilità percepita e rischio) è pertanto scaturita una tipologia ritrattistica eloquente, ripartita in quattro categorie di utenti.
Ci sono innanzitutto gli “intensivi strumentali” e costituiscono il 33% del campione. Sono quelli che hanno molta fiducia in IA e ne fanno un grande uso, ma sono poco propensi a verificarne l’attendibilità e hanno una percezione bassa del rischio disinformativo e disorientante a cui sono esposti.
Si delinea poi il profilo dei “prudenti occasionali”, la cui consistenza percentuale scende di poco, fermandosi al 31%. Ci si riferisce a coloro che fanno un uso moderato di IA e verificano scrupolosamente se i dati forniti sono affidabili: l’interrogazione più limitata degli algoritmi indurrebbe pertanto ad una maggiore cautela o viceversa.
Il terzo gruppo emergente è costituito dai giovani che i ricercatori di INDIRE hanno battezzato come “intensivi relazionali”, riuniti in una consistenza numerica significativa, pari al 20% del campione. Sono coloro che abbondano nell’uso scolastico di IA, ma anche in quello emotivo: l’ignoto virtuale al di là dello schermo sarebbe in grado di rassicurare gli studenti, tanto che di lui si fidano e con lui si confidano.
Infine, nella casistica c’è posto anche per i “distanti scettici”, fermi al 16% della popolazione intervistata. Sono di meno rispetto agli altri, ma non sono pochi. Frequentano di rado IA e dei suoi sistemi si fidano di striscio. Il distacco e la diffidenza non inducono tuttavia ad una verifica più attenta dei contenuti intercettati dall’algoritmo: sono i paladini di uno scetticismo di principio, ma alquanto pigri nel controllo attivo.
L’impiego diffuso e massivo di IA è di certo un fattore di innovazione tecnologica tra i più rilevanti di questo primo quarto di secolo, ma poco si direbbe di questa novità se non la intendessimo quale indice di una “transizione culturale” in atto che non può non interpellare la Scuola.
Sul campo dell’educazione e della didattica si gioca – è banale dirlo – il futuro dell’istituzione scolastica, ma la verità ‘nuova’ della tecnologia sembra rivelarci che lo scenario tanto banale non è: tra i sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) e il sistema scolastico ci sono di mezzo migliaia di studentesse e studenti italiani, alle prese ogni giorno con un “interlocutore virtuale” che appare abile nel districarsi tra le variabili di un’interazione complessa, che sia la rapida composizione testuale o l’esatta risoluzione dei problemi scientifici, che sia un frivolo intrattenimento extra-scolastico o un consiglio finanche nella sfera affettiva.
Un indizio resta inquietante: gli esiti della ricerca confermerebbero “l’evoluzione del chatbot da semplice elaboratore di dati a partner conversazionale ed emotivo”.
Viene da chiedersi: se IA si mostra capace di reggere il confronto con l’“interlocutore reale” e i giovani credono che tale capacità sia totale, effettiva ed esaustiva al punto da presumere di poter fare a meno – in molti casi – delle relazioni umane, quanto terreno resta agli adulti per costruirvi una volta ancora la cultura dell’educazione?
Non c’è bisogno di chiederlo a IA, è la tradizione pedagogica a darci conforto: la pratica maieutica del dubbio può accorciare le distanze intergenerazionali e offrire occasioni inedite di dibattito. Ad iniziare dai banchi di scuola. Per ragionare insieme anche sull’uso di IA. Sui limiti e sulle potenzialità, sui rischi e sulle opportunità. Sul perché prima del come. Preferibilmente chiedendo prima a Socrate, poi a Cartesio.
