L’Italia è davvero diventata più povera?
Che l’Italia sia il fanalino di coda dell’Europa non è mai stato un mistero. In Italia si vive male. Da sempre? Non proprio, diciamo dal 2000 in poi. In un certo senso il cambio di millennio ha rappresentato la fine del mondo, almeno per come lo conoscevamo.
Quanto sono aumentati i prezzi?
Secondo l’ISTAT, l’aumento cumulato dei prezzi al consumo dal 2001 al 2025 è stato circa del 63%, un grosso numero che diventa ancora più grosso se parliamo di beni di consumo o, addirittura, di prima necessità. Pensiamo al pane, nel 2001 un chilo costava meno di due euro, oggi supera i cinque, un aumento del 200%. E il latte? È passato da 90 centesimi al litro di ieri ai due euro di oggi, un rincaro di oltre il 100%. Più del 120% invece per la pasta, il prodotto più consumato in Italia che a 80 centesimi era il cibo dei poveri, a oltre due euro al chilo è diventato gourmet. Cosa avrebbero detto le nostre nonne se avessero dovuto pagare gli spaghetti intorno alle cinquemila lire? Probabilmente avrebbero marciato contro i mulini.
Perché oggi muoversi e abitare costa così tanto?
Ed esattamente come loro, marciamo pure noi, a piedi. Per spirito di ribellione? Non proprio. Per salute? In un certo senso sì, ma quella del portafoglio, siccome la benzina è più che raddoppiata negli ultimi cinque lustri. Con le nonne, invece, di certo non abbiamo in comune il tetto sopra la testa. A inizio 2000 un bilocale non andava oltre i 350 euro al mese, oggi si parla di minimo 700 euro e sono delle celle arredate con mobili di scarsa qualità e dai molteplici utilizzi, perché non c’è mica spazio sia per l’armadio che per il televisore? Potremmo continuare parlando di utilitarie che i nostri genitori hanno pagato 10000 euro e che noi non compreremo mai nuove a 25 000 o di smartphone, necessari come l’acqua oggigiorno, che si avvicinano e, in certi casi superano i 1000 euro.

Gli stipendi hanno seguito il costo della vita?
Con due milioni di lire al mese negli anni Novanta campava una famiglia e campava bene, anche perché una bolletta si manteneva nel rango dei 70, massimo 90 euro ogni due mesi, oggi servirebbe un mutuo solo per quelle, che di tanto in tanto superano i 300 euro, parliamo di una crescita del 200% e oltre. Nel 2001 un dipendente con stipendio medio si portava a casa tra i 1100 e i 1400 euro al mese, non faceva il nababbo ma viveva bene, visti i costi dell’epoca. A distanza di 25 anni nel migliore dei casi in busta paga ne trova 1600, un aumento inferiore al 30%. Se gli stipendi fossero aumentati del 200%, come il pane, oggi un operaio medio dovrebbe essere pagato ben oltre i 3000 euro al mese, con i quali comunque non potrebbe concedersi chissà quali lussi. Il problema è anche che oggi consideriamo lussi quelli che dovrebbero essere i pilastri basilari dell’esistenza: buon cibo in tavola quotidianamente, una casa adatta alle nostre esigenze, elettrodomestici, automobile, computer, cellulare, qualche week end fuori, un paio di vacanze all’anno. Lussi. Ma non lo erano 25 anni fa. Era il minimo, il punto di partenza dal quale si poteva migliorare, con il duro lavoro. Oggi il duro lavoro non garantisce nemmeno il pane fresco giornaliero. Le uscite sono raddoppiate, triplicate, mentre le entrate languono, inoltre si sono aggiunte nuove voci, beni dei quali non possiamo fare a meno e che 25 anni fa nemmeno esistevano.

La tecnologia è diventata una spesa obbligatoria?
Nel 2001 non sapevamo cosa fosse uno smartphone, oggi servono prestiti e finanziamenti per acquistarne uno e hanno vita breve rispetto ai vecchi cellulari, che non necessitavano di continui aggiornamenti. E poi cosa fai, vivi senza smartwatch, tablet, pc, cuffie wireless? E non ci aggiungi un paio di abbonamenti alle varie piattaforme di streaming, gaming, musica, shopping o IA? Senza ChatGPT non siamo nessuno. Ovviamente per avere tutto ciò dobbiamo comprare internet, sia sul mobile per quando siamo fuori che sulla WiFi di casa, oltre alla promozione mensile di chiamate e sms che non usa più nessuno, sono spese obbligatorie. Nel 2026 spendiamo più denaro per la tecnologia che per tutto il resto.
Per lavorare bisogna studiare sempre di più?
Ma tranquilli, i millennials sono più profondi di così e quindi oltre ai giochini sul cellulare (che giochini non sono, perché spesso si tratta dell’ABC per trovare, mantenere e svolgere un lavoro), tanti soldini se ne vanno in istruzione. E certo! Perché se un tempo per essere assunti bastava un diploma, oggi gente che ha a malapena quello, da tutti noi altri pretende laurea triennale, magistrale, master, certificazioni, corsi vari, conoscenza delle lingue straniere, delle nuove tecnologie e chi più ne ha più ne metta.

E la sanità?
E se durante questa continua corsa a ostacoli, in bilico tra una bolletta e una cena, un curriculum da inviare e gli orari assurdi dell’attuale lavoro da rispettare che, seppur ti toglie la vita, non puoi lasciare, dovessimo ammalarci? Nel 2001 nessuna paura, la sanità italiana era una delle migliori al mondo, al secondo posto nella classifica globale del World Health Organization, avevamo liste d’attesa più brevi, medici di base a portata di mano, quasi tutti gli esami disponibili nel pubblico, pronto soccorso meno congestionati, più medici in rapporto alla popolazione anziana. Oggi una visita specialistica può richiedere mesi, se non addirittura anni nel caso di risonanze. E così o si rinuncia a controllarsi oppure, anche qui, bisogna aprire il borsellino e pagare visite private o assicurazioni sanitarie. Negli ultimi anni molti medici sono andati in pensione e non c’è stato il famoso ricambio generazionale, questo perché da un lato i test di medicina a numero chiuso falciano tante menti promettenti, dall’altro chi ce la fa, viste le condizioni disastrose del Belpaese, cede alle lusinghe delle nazioni estere, dove si lavora meno, si guadagna di più e si vive meglio. Nel 2023 quattro milioni di italiani hanno rinunciato a cure ed esami a causa dei costi troppo alti, liste d’attesa infinite e difficoltà d’accesso. La salute non può essere un optional eppure nel 2026 in Italia lo è.

Senza nascite, si può parlare di futuro?
Il sorriso si fa più amaro se poi, guardando i dati, ci rendiamo conto che l’Italia è un paese per vecchi, anzi, di vecchi. L’età media continua a crescere, in rapporto inversamente proporzionale al numero di nascite. Aumentano gli over 65, diminuiscono i giovani in età lavorativa. Con questi chiari di luna, mettere su famiglia e sfornare pargoli è una follia. Se nel 2001 un bambino costava fra i 3500 e i 7000 euro annui, nel 2024, secondo Federconsumatori, solo i primi dodici mesi costano fra i 7400 e i 17.500 euro, insomma in media più di 1000 euro al mese, uno stipendio. Non sono figli, sono mutui. E stiamo parlando solo del primo anno di vita, cosa accade quando i genitori, dando per scontato che mamma non abbia perso il lavoro o non vi abbia dovuto rinunciare a causa della gravidanza, torneranno in ufficio e il pargolo avrà bisogno di un asilo? Secondo l’ISTAT e la Commissione Europea l’Italia ha ancora pochissimi posti nei nidi, soprattutto al Sud e, per questo motivo, le liste d’attesa sono blindate come un conclave e più lunghe di quelle per la risonanza. Inoltre abbiamo poche strutture, insufficienti, carenza di personale, fondi inadeguati. Lo stivale offre solo 31 posti circa ogni 100 bambini, questo significa che circa 7 famiglie su 10 si trovano a dover scegliere fra lavorare solo per pagare un asilo privato, che nelle grandi città può costare più di 1000 euro al mese, o rinunciare a uno stipendio e una carriera per far sì che uno dei due genitori badi al piccino. In questa seconda ipotesi quasi sempre è la donna a sacrificarsi, nel 73% dei casi contro il 23% dei papà. E i nonni? I nonni spesso sono lontani perché, a causa della diminuzione dei posti di lavoro, sono in tanti i giovani costretti a spostarsi a centinaia di chilometri da casa, alla ricerca di una dignità e, nel caso fortunato in cui questo non avvenga, spesso i nonni lavorano ancora a causa dell’aumento dell’età pensionabile. Ed è paradossale che tutto questo avvenga in un Paese dove la nascita di un bambino dovrebbe essere celebrata come un Giubileo, abbiamo pochissimi neonati (i 370.000 del 2024 contro i 576.000 del 2008) e invece di sostenere e aiutare quei pochi coraggiosi che si avventurano nella selva oscura di pannolini e biberon, li puniamo ulteriormente. E il gioco si fa ancora più duro quando i bimbetti arrivano all’età scolare.
Ma almeno l’istruzione è salva?
La scuola italiana oggigiorno si aggrappa solo alla buona volontà di genitori e insegnanti, messa spesso a dura prova. Partiamo da un’ovvietà: l’istruzione è garantita per legge, è obbligatoria e per questo dovrebbe essere gratuita per tutti. Non lo è. Bisogna comprare libri, quaderni, cancelleria, poi ci sono i trasporti, la mensa, i lavoretti artistici, le gite e tanto altro. Secondo Federconsumatori il solo corredo scolastico tra zaini, astucci, colori, penne, diari ammonterebbe intorno ai 660 euro, ai quali vanno aggiunti i circa 600 euro di libri, per un totale che supera i 1200 euro e che arriva a quasi 1500 per le scuole superiori. In un solo anno (dal 2024 al 2025) il costo dei libri è aumentato del 18%. Nei primi anni duemila non si superavano i 600 euro complessivi, già cifra folle se pensiamo che, ad esempio, in Finlandia lo stato fornisce tutto gratuitamente, compresi pasti e viaggi, fino ai 18 anni di età. E di chi è la colpa di tutto ciò? In molti direbbero della politica, in realtà è nostra.
La politica vive nel mondo reale?
Ma analizziamo i dettagli. In effetti 25 anni di scelte miopi, governi tragici e riforme belle sulla carta ma mai realizzate, ci hanno fatto precipitare in questo baratro. Dal 2000 a oggi si sono alternati governi di destra, sinistra, tecnici e populisti, che hanno cavalcato l’onda del momento per ingrassare i loro salvadanai, senza costruire una vera strategia per sostenere il futuro dell’Italia e degli italiani. Abbiamo avuto i vari Berlusconi, Prodi, Monti, Renzi, Conte e Draghi, un’alternanza variopinta di crescita bloccata, zero meritocrazia, aumento delle tasse, protezione dei privilegi per politici e ricchi, precariato, affossamento dei diritti dei lavoratori, politiche emergenziali e assistenzialismo mal gestito. Ciliegina sulla torta è arrivata lei: Giorgia, giunta sul trono con rabbia e amarezza, sembrava incarnare tutte le nostre delusioni e disillusioni, e poi era una donna, mai avuta una donna, ci aspettavamo tanta roba da Giorgia. Cos’ha fatto? Poco e quel poco, male. La nave continua ad affondare mentre lei sbraita dal suo yacht, sorseggiando champagne. Del resto da una giovincella con un diploma alberghiero cosa potevamo aspettarci? Che ci servisse un bel boccone amaro, cos’altro? In questo è stata brava. Ecco un altro dogma italiano: un dipendente qualsiasi per amministrare mezzo ufficio e, in certi casi, solo se stesso, deve avere curriculum spessi come fermaporte, ricolmi di esperienze pregresse e titoli di ogni genere, per i quali non solo bisogna sudare sui libri ma anche poterseli permettere visti i costi e i tempi, poi per guidare un’intera nazione al collasso basta un diploma, nemmeno di chissà quale indirizzo liceale. Un docente laureato e plurititolato, vincitore di concorso, guadagna circa 1600 euro, Giorgia che a 19 anni ha chiuso i libri per sempre, ne dichiara circa 15.000 al mese. Sarebbe divertente, se non fosse tragico. Agli stipendi sproporzionalmente alti va poi aggiunta una lunga lista di privilegi come i vitalizi, le pensioni, i rimborsi, i benefit. Le auto blu, le spese nebbiose, l’immunità, l’assenza di meritocrazia e potremmo continuare.
Un po’ di storia…
Tutto questo ci ricorda il lontano 1788, la Francia del lontano 1788, sarà quel profumo di stipendi fermi da decenni, lavoratori che, nonostante il sudore della fronte, restano poveri, pesanti sacrifici da parte del popolo, elevato costo della vita, case, istruzione, sanità quasi inaccessibili, giovani costretti all’emigrazione e tutto questo mentre la classe dirigenziale pensa solo a se stessa, ai suoi lussi, ai suoi privilegi, distante dalla vita vera dei cittadini che pretende di amministrare. Insomma loro mangiano brioches mentre a noi tocca pane duro e ammuffito. Il nostro governo però sembra poggiare il capo su guanciali più soffici di quelli della regina Maria Antonietta, forse perché la Francia è storicamente più rivoltosa rispetto all’Italia, più votata invece alle lamentele innocue e all’adattamento come le rane nella pentola d’acqua calda che, a furia di adattarsi, muoiono bollite. A questo punto, però, la domanda sorge spontanea: sappiamo bene che il 1788 portò al 1789, a cosa porterà, dunque, il 2026?
