Scrivere di scuola a Ferragosto può apparire cosa disdicevole, se non indecente. Potrebbe tuttavia destare la distratta curiosità dei lettori passanti o indurre l’attenzione bonaria di quelli più accorti nel considerare appena l’opportunità di sciogliere un conflitto cognitivo che sovente si genera nella mentalità comune: il contrasto tra l’immagine – invero un po’ desueta – della scuola come luogo pubblico destinato ad una fruizione invernale e l’immagine borghese della vacanza come esperienza privata da vivere nella stagione estiva.
Scrivere di scuola nel giorno delle “feriae Augusti”, soprattutto quando la calura s’attarda tra i 30° e 40°, può suggerire la domanda se anche gli spazi scolastici possano essere “rifugi climatici”, al pari dei musei e dei parchi, delle sale musicali e delle biblioteche che in alcune città in Italia e in Europa già offrono a turisti e cittadini rimasti a casa la possibilità di coniugare l’esigenza di refrigerio con quella del riposo, dello svago e del fare comunità.
Non parliamo solo del Piano Estate, rientrante tra le azioni previste dall’Obiettivo specifico ESO4.6 del cosiddetto PN Scuola – Programma nazionale “Scuola e competenze” 2021-2027. Promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito – per il 2026 ammontano a 300 milioni di euro i fondi stanziati – il Piano Estate ha consentito da qualche anno alle istituzioni scolastiche di organizzare iniziative per gli apprendimenti, ma anche ideare pretesti creativi di socialità ed animazione educativa e culturale nel periodo in cui le lezioni sono sospese. Complice l’opera di valorizzazione degli spazi open door indotta nell’immediata stagione post-Covid, le studentesse e gli studenti delle scuole del primo e del secondo ciclo di istruzione possono svolgere attività didattiche alternative – arte e sport, teatro e potenziamento delle competenze di base – in una rinnovata relazione con i docenti, in veste di esperti e tutor, con l’ausilio alle volte di soggetti esterni, pubblici e privati. Talvolta finanche al mare, in montagna o in altre location di città.
Parliamo questa volta di un’altra strategia, che interpella più direttamente le Amministrazioni comunali. È il cosiddetto PAESC, il “Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima” collegato al “Patto dei Sindaci”: i primi cittadini d’Italia sono chiamati a rafforzare la resilienza delle comunità locali loro affidate, gestendo al meglio il verde pubblico, impegnandosi nel far ridurre le emissioni inquinanti di CO2, adattando dunque gli spazi urbani agli impatti del cambiamento climatico. Includendo finalmente anche le scuole.
Il PAESC induce a ripensare la scuola come infrastruttura educativa stabilmente aperta al territorio in forza del suo potenziale connettivo e rigenerativo, funzionante cioè come “hub multimodale” in cui adulti e giovani possono concretamente declinare il trinomio dell’inclusione sociale, della sostenibilità ambientale e della cittadinanza attiva nel segno della giustizia climatica. Bello a dirsi. Non impossibile a farsi.
Si sa: il primo effetto di una riforma è far storcere i nasi. Le novità, per definizione, sono dirompenti. E hanno un costo. Perciò, esigono una fase transitoria che consenta ai partner e agli stakeholders coinvolti di capire dapprima il “perché” della progettualità da mettere in campo, per interrogarsi sul “come” implementarla, sul “dove” e sul “quando”. Un passo decisivo è nel capire “chi deve fare cosa”. Occorre perciò accompagnare le comunità scolastiche – il personale scolastico, gli studenti, le famiglie – nella disamina delle politiche climatiche locali, affinché si riscoprano ‘comunità di pratiche’ allertate dalla necessità di rispondere in modo concreto ed efficace alla sfida del cambiamento climatico in atto.
È oltretutto questa la finalità del percorso formativo “PAESC School” promosso da INDIRE, da EuCliPa.IT e dal Politecnico di Torino, con la partecipazione della rete RIDAP e di EPALE Italia. Rivolto ai docenti, il percorso sarà inaugurato nel prossimo mese di settembre e chiamerà i partecipanti a rispondere ad un interrogativo essenziale: come possono le scuole agire di fronte alla crisi climatica? Non si tratta solo di educare alla sostenibilità ambientale. Questo già lo fanno. Occorre più che altro rivisitare gli spazi del ‘fare scuola’, in concreto gli edifici scolastici e le loro pertinenze. Una volta tanto, più che al software (contenuto) bisogna metter mano all’hardware (contenitore). E non è poco: tra l’uno e l’altro la relazione è vitale, diremmo biologica.
La risposta andrebbe perciò sintonizzata con le Amministrazioni comunali, per progettare gli spazi esterni in ordine alle Nature-based Solutions (NbS), optando cioè per le “soluzioni basate sulla natura”. Non occorrono grandi opere. Sarebbero un buon inizio dei cortili tappezzati di aree verdeggianti ed isole ombreggiate, degli orti didattici e delle serre idroponiche, delle pareti esterne ricoperte di vegetazione e dei camminamenti oscurati. Qui troverebbero spazio e respiro le letture individuali ed i social reading, i laboratori creativi e le performance teatrali, i concerti e le mostre d’arte. Non mancano dopotutto alcune realtà sperimentali già tempestivamente avviate in alcuni contesti territoriali ed in coerenza con il quadro “GreenComp” delle competenze europee per la sostenibilità.
Quel che è certo è che la calura dell’estate 2026 reca un messaggio alle Scuole e ai Comuni: è tempo di intraprendere azioni condivise di progettazione urbana per mitigare gli effetti del surriscaldamento globale. Tanto basterebbe per intavolare la questione sulla climatizzazione artificiale degli ambienti.
Non ce lo nascondiamo: nel frattempo che l’impresa straordinaria muti in ordinaria amministrazione c’è da fare i conti con il budget disponibile, con il personale da impegnare, con le procedure da rispettare per i beni da acquistare e per i lavori da eseguire, con la sicurezza da garantire, con i cronoprogrammi da rispettare, con la manutenzione da programmare… Soprattutto: c’è da innovare una mentalità che, se non è retriva, si mostra quantomeno diffidente, affinché sia innescata la svolta culturale che, ad esempio, determini una revisione migliorativa dei calendari scolastici e integri l’estate come dimensione in cui esercitare la socialità e la cittadinanza attiva.
In questa prospettiva, andare a scuola anche a Ferragosto potrebbe essere finalmente accolta come una buona idea per trovare ristoro e solidarietà nel mezzo dei deserti urbani. Basterebbe quanto meno a capire che spesso non sono i luoghi a fare la differenza, ma le persone e ciò che fanno. Meglio – indubbiamente – se all’ombra.
