L’italiano medio del 1946 era un pover’uomo che indossava i vestiti di prima della guerra, si faceva cucire le toppe in casa, in tasca aveva pochi spiccioli, aveva difficoltà a trovare alloggio e lavoro, mangiava con la tessera. Lo chiamarono a votare per i partiti democratici che avevano sconfitto il fascismo e soprattutto per la scelta tra monarchia e repubblica. Del resto, già nel 1944 il Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) aveva ottenuto che gli anglo-americani riconoscessero al popolo italiano il diritto di scegliere tra monarchia e repubblica. A dire il vero, c’era stato al riguardo qualche contrasto tra gli Alleati. Gli inglesi temevano un governo rivoluzionario ed erano favorevoli al mantenimento della monarchia, che nella lotta fra le fazioni avrebbe potuto svolgere un ruolo di equilibrio e di stabilità. Prevalse, però, la tesi americana, favorevole alla libera scelta degli italiani. Erano temi appassionanti, ma la prima esigenza era il pane quotidiano. Rispetto al tempo di pace, il costo della vita aumentò di 25 volte al Nord, quasi 30 al Sud. I salari solo di quindici volte, la metà di quanto sarebbe servito. Arrivare alla fine del mese era un problema per la stragrande maggioranza degli italiani. La guerra era stata devastante, aveva distrutto città e fabbriche.
Nel Paese sconfitto e affamato, spogliato delle colonie, minacciato al confine orientale dalle truppe iugoslave del maresciallo Tito, occupato militarmente dagli anglo-americani, imperversavano bande di criminali e borsari neri: da qui violenze e omicidi, banche rapinate, treni assaltati, come nel vecchio West. Il dopoguerra, per una nazione sconfitta, sembrava senza speranza. Il Paese era ancora diviso in due, viaggiare in quei giorni era un’impresa. Occorrevano venti ore di treno per andare da Milano a Roma. Al Sud intere province erano in rivolta, il separatismo siciliano, collegato al banditismo e alla mafia, metteva in pericolo l’unità della nazione.
La situazione politica non era meno caotica. Dal dicembre 1945 il cattolico Alcide De Gasperi, nuovo presidente del Consiglio succeduto a Ferruccio Parri, formò un governo tendenzialmente repubblicano, con Nenni alla vicepresidenza e Togliatti ministro della Giustizia, che però dovette giurare nelle mani di Umberto di Savoia, Luogotenente generale del Regno dal giugno 1944. Parecchi ministri rifiutarono di farlo. Gli alti gradi dell’esercito e della Marina, gli ufficiali dei carabinieri, i magistrati erano quasi tutti monarchici. Umberto, consapevole delle difficoltà, usava toni concilianti e il 16 marzo firmò i due decreti per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente che avrebbe dovuto preparare la nuova Carta fondamentale.
La data delle elezioni venne stabilita per il 2 e 3 giugno. Per la prima volta nella storia d’Italia votavano anche le donne. Non c’era stato il tempo di preparare una legge elettorale, non c’erano statistiche aggiornate, non c’era carta per stampare i manifesti.
Il 9 maggio 1946, dopo molte insistenze, Vittorio Emanuele III aveva abdicato in favore di suo figlio Umberto, «re di maggio».
Il Paese era lacerato e diviso tra destra conservatrice e massa progressista: tra repubblicani storici, che vedevano nella repubblica il coronamento del sogno mazziniano, e monarchici legati alla tradizione e al giuramento di fedeltà. La propaganda esasperava i toni apocalittici. Se Nenni ripeteva lo slogan «o la repubblica o il caos», che drammatizzava il confronto, i monarchici insistevano sulle incognite del salto nel buio.
La campagna elettorale si svolse in un clima incandescente, ma senza gli incidenti temuti.
Era questo, in breve, il clima politico quando, il 2 giugno 1946, 28 milioni di elettori vennero chiamati alle urne. Le ultime elezioni libere si erano svolte nel 1921. Gli italiani non erano più abituati alle competizioni elettorali e su molti di loro gravava la paura di esprimersi. Parecchi erano convinti di essere spiati e schedati e di dover rendere conto del voto.
Il 3 giugno era un lunedì, una giornata bella, piena di sole. Gaetano Afeltra era nella sua casa di via San Marco: la radio trasmetteva una canzone cantata da Natalino Otto. D’un tratto, mentre si radeva, Afeltra fu come colpito da una folgorazione. Finì frettolosamente di radersi e si precipitò in tipografia. Ai tipografi che lo guardavano con aria interrogativa dettò: «Il popolo ha scelto, la Storia ha scritto: è già Repubblica». Era un titolo che in qualche modo forzava la realtà, rischioso, se vogliamo. Le agenzie di stampa internazionali ripresero e rilanciarono il suo titolo, come se la notizia fosse ufficiale. Ma i risultati ufficiali furono resi noti solo dieci giorni dopo. Afeltra aveva visto giusto: ancora una volta il suo fiuto non lo aveva tradito. Quel titolo aveva anticipato la Storia.
Afeltra, con quest’ultimo sensazionale titolo, chiudeva la breve avventura al quotidiano Milano Sera. Adesso era arrivato il momento di tornare al Corriere, dove intanto era arrivato Guglielmo Emanuel come nuovo direttore. Ma prima c’era un’altra cosa da fare: tornare a casa, ad Amalfi, dove lo attendeva la madre che non vedeva da quattro anni.
L’11 marzo 2005, in occasione del suo novantesimo compleanno, anche il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi volle fare gli auguri ad Afeltra, inviandogli il seguente telegramma: «Lei ha saputo unire una eccezionale capacità di interpretare i sentimenti e gli interessi degli uomini del nostro tempo, uno straordinario rigore nel rispettare la realtà dei fatti. “È già Repubblica” fu il titolo forse più famoso da lei dettato… esso rimane ancora oggi nella nostra memoria».
