Per Leonardo i contorni netti non esistono in natura. Tutto sfuma nell’aria e nella luce. Scriveva:
“Non ci sia termine chiaro, ma confuso e sfumoso, come si vede nella natura”.
Sul sorriso della Gioconda non tracciò nessuna linea per le labbra. Sovrappose velature sottilissime di colore a olio, strato su strato, fino a cancellare il passaggio tra pelle, ombra e labbro. Il risultato: il cervello non capisce dove finisce il sorriso, quindi lo vede cambiare.
Studiò decine di cadaveri per capire quali muscoli muovono un sorriso vero. Nei fogli di Windsor annota il muscolo zigomatico e l’orbicolare della bocca.
“Quel moto che nasce dall’animo è quello che muove i muscoli del volto”.
Non dipinse un sorriso finto, ma il momento prima o dopo: gli angoli della bocca appena contratti, gli occhi che trattengono una luce. E’un’espressione trattenuta, non esibita.
La prospettiva aerea e l’illusione ottica
Leonardo sapeva che l’occhio mette a fuoco solo il centro di ciò che guarda. Se fissi gli occhio della Gioconda, il sorriso lo vedi con la visione periferica e sembra più marcato. Se guardi direttamente la bocca, sembra svanire. Lui lo chiamava “veder confuso”. Non è magia, è ottica.
Nei suoi appunti non cita mai Lisa Gherardini. Scrive solo di voler “dipingere l’anima”. Per lui il sorriso era un pretesto per studiare l’ambiguità umana. In una nota del codice Arundel dice:
“La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla”.
Queste parole mi richiamano alla memoria anche un detto arabo che dice: “Sono belli gli occhi tuoi”, per dire proprio che la bellezza è in colui che guarda.
Il sorriso dunque funziona perché ognuno ci proietta il proprio stato d’animo.
Leonardo ci mise almeno 4 anni, dal 1503 al 1507 circa, e se la portò dietro fino alla morte in Francia nel 1519. Non la consegnò mai al committente. Analisi ai raggi x mostrano 30 velature sopra le labbra. Alcune spesse meno di 40 micrometri: la metà di un capello.
In sintesi possiamo dire che il sorriso della Gioconda è il manifesto del pensiero di Leonardo. Sfumato, anatomia, ottica e psicologia fusi insieme. Non voleva dipingere una donna che sorride. Voleva dipingere il motivo per cui sorridiamo.
Ma chi era la Gioconda?
La versione ufficiale: Lisa Gherardini, la più accettata. Nel 2005 un appunto di Agostino Vespucci, cancelliere fiorentino, trovato in un libro del 1503 dice:
”Leonardo dipinge il ritratto di Lisa del Giocondo”.
Lisa Gherardini era moglie di Francesco del Giocondo, mercante di sete. Aveva 24 anni e due figli. Il ritratto fu commissionato per nuova casa e per celebrare la gravidanza. Gioconda significa lieta, quindi il titolo gioca anche sul suo cognome e sul sorriso.
Ipotesi alternative:
Autoritratto al femminile, sovrapponendo la Gioconda all’autoritratto di Leonardo da vecchio, i lineamenti combaciano. Leonardo scriveva “ogni pittore dipinge sé”.
Madre Caterina, alcuni storici pensano fosse un ricordo idealizzato della madre contadina, morta giovane.
Amante di Giuliano de’ Medici, Pacifica Brandani o Isabella Gualanda. Giuliano fu suo protettore a Roma nel 1513.
Salai, Gian Giacomo Caprotti, detto Salai, allievo e amante di Leonardo. I lineamenti androgini e il sorriso ricordano il San Giovanni Battista per cui Salai fece da modello.
