Giustizia, libertà e amore, il lascito di un padre, Serafino Francesco Ferraro, che ha fatto della politica una forma di verità
A ventotto anni dalla sua scomparsa, la figura paterna si impone come presenza viva, concreta, incisa nella coscienza e nella formazione dei figli. Non un ricordo sfumato, ma l’eredità tangibile di un uomo che ha fatto della politica un impegno etico e dell’educazione una responsabilità profonda. Il suo motto, giustizia, libertà e amore, guida sin dalle prime elezioni amministrative del 1951, resta oggi il segno più autentico di una visione che ha attraversato il tempo.
La sua presenza
Ci sono assenze che non si consumano, che non cedono alla distanza degli anni.
Ventotto anni non sono bastati a renderti memoria. Sei rimasto presenza, radice, direzione. E oggi, mentre il mondo celebra la festa del papà, io non posso limitarmi a ricordarti, devo riconoscerti. Per ciò che sei stato, e per ciò che continui a essere.
La tua vita pubblica e quella privata non sono mai state separate, ne hai avuto cura con garbo e indefessa dedizione.
Il tuo essere padre e il tuo essere uomo politico coincidevano in un’unica, rigorosa idea di responsabilità. Non c’erano maschere, né compromessi tra ciò che dicevi e ciò che facevi. I tuoi moniti, tra cui — giustizia, libertà e amore — non era uno slogan, ma una disciplina quotidiana, una tensione morale che hai incarnato fin dall’inizio del tuo impegno amministrativo, sin dalle prime elezioni del 1951, quando scegliere di esporsi significava assumersi il peso di una comunità intera, di donne e uomini che si barcamenavano nel ripristino di territori appena usciti dal conflitto bellico, quindi, in un tempo in cui la politica nasceva ancora dalle macerie, tu hai scelto di fondarla su principi forti e ben consolidati e non su convenienze.
La parola “giustizia” per te non era un concetto astratto e inafferrabile, bensì era l’equilibrio da restituire, la voce da dare a chi non ne aveva, il rifiuto netto di ogni privilegio che non fosse meritato. Libertà non era arbitrio, ma responsabilità: la possibilità di essere fedeli a se stessi senza piegarsi alle pressioni, ai compromessi, senza svendersi, senza tradire. Amore era ed è il pane quotidiano da condividere con l’altro. Concetti geneticamente ereditati.
L’eredità
Noi, tuoi figli, siamo cresciuti dentro questa visione.
Non ce l’hai insegnata con discorsi solenni, ma con l’esempio. Con le scelte difficili, con le rinunce silenziose, con quella coerenza che spesso pesa più di mille parole. Essere tuoi figli significava imparare che la dignità non è negoziabile, che la verità non si adatta, che il coraggio non è un gesto eroico ma una pratica quotidiana senza scadere in perbenismi di facciata e/o ammantandosi dietro fantomatici sistemi di credenze ancestrali e si manifesta attraverso il sentimento incondizionato dell’Amore.
Eppure, da figli, non lo abbiamo capito subito.
Abbiamo percepito la tua fermezza come distanza, la tua integrità come severità. Solo il tempo ci ha restituito il senso pieno di ciò che eri. Con la tua assenza abbiamo compreso che ogni tua scelta era un atto d’amore, anche quando sembrava sacrificio.
Oggi, il tuo monito è diventato un’eredità viva. Lo ritrovo nei miei pensieri, nei dubbi che mi pongo, nelle decisioni che non riesco a prendere senza interrogarmi su ciò che avresti fatto tu. Sei diventato misura, criterio, coscienza.
E insieme a tutto questo, resta il dolore.
Un dolore che non si è mai dissolto. Non è più il grido acuto dei primi giorni, ma è una presenza costante, una mancanza che si rinnova ogni volta che avrei bisogno di parlarti, di confrontarmi, di raccontarti il mondo che cambia e che spesso sembra smarrire proprio quei valori che tu difendevi con tanta ostinazione.
Mi manca la tua lucidità.
Mi manca la tua capacità di restare saldo quando tutto intorno si piega. Mi manca, soprattutto, il tuo sguardo: quello sguardo che non giudicava, ma che chiedeva verità.
Eppure, nonostante l’assenza, non mi hai lasciato davvero.
Perché chi educa con sani e coerenti principi non scompare: si trasforma in una presenza interiore che continua a interrogare, a guidare, a pretendere. Tu sei diventato questo. Una voce che non concede alibi, ma che allo stesso tempo sostiene.
Nel giorno della festa del papà, non ti celebro come un ricordo lontano.
Ti riconosco come una responsabilità viva. Come un’eredità che non posso tradire. Come una promessa che continua a chiedere di essere mantenuta.
Se potessi parlarti oggi, ti direi che il tuo insegnamento resiste.
Che la tua immarcescibile idea di politica — nel senso lato e draconiano del termine — è agonizzante e spesso, sembra smarrita, forse, svanita. Ti direi che continui a vivere non nei ricordi, ma nelle scelte che provo, ogni giorno, a rendere degne di te.
E forse è questo il senso più profondo di ciò che hai lasciato:
non un vuoto, ma un compito.
Con un amore che non conosce misura.
Con un dolore che non si arrende al tempo.
Con la consapevolezza che la tua impronta non finirà mai.
