La figura di Martin Heidegger, a cinquant’anni dalla morte, anima un dibattito critico che, seppur lento e prolungato, articolato e complesso, invita tutti – esperti e non – ad una pensosità più accorta, fosse anche più sofferta, nel contemplare giorno dopo giorno il destino dell’uomo. Il rincorrersi di note e recensioni, disamine e saggi – nel guardare prima allo straordinario contributo speculativo, poi alle deplorevoli scelte politiche del grande filosofo tedesco – annuncia sin d’ora interessanti sviluppi all’orizzonte del 2027, anno in cui ricorrerà il centenario della pubblicazione di “Essere e tempo” (“Sein und Zeit”), l’opera più nota ed importante di Heidegger.
Dato alle stampe nell’aprile del 1927 dall’editrice Max Niemeyer di Halle e dedicato al maestro Edmund Husserl “con venerazione e amicizia”, l’incompiuto saggio sarà di fatto al centro del seminario “Essere e tempo di Martin Heidegger” atteso tra qualche giorno, dal 19 al 22 ottobre, curato da Paolo Vinci presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Roma. Fervono i preparativi, con attenzione posta all’attività complessiva del filosofo, anche presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università del Sussex, in Inghilterra, che intanto ha già organizzato la prestigiosa Conferenza annuale della British Society for Phenomenology, tenutasi nello scorso mese di maggio per riflettere sull’eredità del pensatore.
Il fatto è che la questione della tecnica formulata in chiave heideggeriana torna dirompente e irrisolta nell’era dell’intelligenza artificiale, mentre da anni s’avvicendano studi e ricerche di grande rilievo che, sollecitando approfondimenti tematici in misura varia nelle scuole e nelle università, assicurano intanto l’attualità di un’opera filosofica che non avrebbe ancora detto tutto quanto aveva da dirci. A distanza di oltre dieci anni, ad esempio, resta integra l’efficacia del bel saggio di Giorgio Grimaldi “Oltre le tempeste d’acciaio. Tecnica e modernità in Heidegger, Jünger, Schmitt” (Carocci, Roma 2015), che alle agghiaccianti pagine del filosofo di Friburgo sul destino dell’umanità accompagna quelle non meno problematiche degli altri due pensatori, i quali dal rincorrersi infausto dei due conflitti mondiali trassero materia per inquietanti profezie sulla téchne moderna.
Eppure, proprio dieci anni fa – tra il 2015 ed i primi mesi del 2016 – ad animare l’agorà del pensiero continentale era perlopiù la controversia sui “Quaderni neri” di Heidegger, i taccuini rimasti secretati fino al 2014 e dai quali si traeva chiara e finale conferma della sua temporanea e grave adesione al regime nazista. Fu un’opzione complessa e a lungo dibattuta, com’è noto, ufficializzata dal filosofo nel maggio del 1933, quando tenne il famoso discorso “L’autoaffermazione dell’università tedesca” (‘Die Selbstbehauptung der deutschen Universität’) in occasione dell’insediamento al rettorato dell’Università di Friburgo, tra l’imbarazzo di accademici conservatori, la ripicca di pubblicisti giacobini, la riprovazione di intellettuali liberali. Basterà accennare alla dura, durissima, condanna di Benedetto Croce. Appresa ad agosto la notizia dell’adesione al nazismo per tramite epistolare dell’amico Karl Vossler, dopo qualche mese sulle pagine de “La Critica” (n. 32, 1934, p. 69) Don Benedetto bollò il collega tedesco come “scrittore di generiche sottigliezze, arieggiante a un Proust cattedratico” e ritenne il suo orientamento politico responsabile della crisi della coscienza europea: “si appresta a rendere servigi filosofico-politici: che è certamente un modo di prostituire la filosofia, senza con ciò recare nessun sussidio alla soda politica”. Sembrava più tardi fargli eco Günther Anders, già allievo di Heidegger a Friburgo negli Anni Venti, nell’articolo “Sulla pseudoconcretezza della filosofia di Heidegger”, apparso in lingua inglese nel 1948 sulla rivista “Philosophy and Phenomenological Research”, di recente riproposto nella collana Andersiana di Mimesis Edizioni, con un’utile introduzione di Fabio Polidori. Più indulgente sarebbe stata un’altra famosa allieva, Hannah Arendt. Nel 1969, in occasione degli ottant’anni compiuti dal maestro, nel salutarlo sulla rivista “Merkur” (n. 23, 10, pp. 893-902) come “l’ultimo grande filosofo”, non mancò di evidenziare ombre e contraddizioni del profilo intellettuale di Heidegger e volle tuttavia assolverlo, ritenendo che il maestro fosse caduto “in una trappola in cui cadono spesso i grandi pensatori: la mancanza di dimestichezza con gli affari del mondo reale.”
Heidegger sembra, insomma, aver compiuto al contrario il viaggio transatlantico che dalla Germania agli Stati Uniti fecero alcuni intellettuali del Novecento, quelli che reclamarono la libertà di pensiero ed espressione per continuare ad interrogare l’essere: per l’appunto Hannah Arendt come Bertold Brecht, Albert Einstein ed Erich Fromm, Walter Gropius e Thomas Mann.
Va da sé che le riflessioni heideggeriane sulla costituzione esistenziale dell’esserci definito dalla temporalità nell’epoca della computerizzazione dei dinamismi sociali aiutano non senza una benefica severità a comprendere che l’ontologia può cadere sotto i colpi della Storia e soffocare nel sangue delle sue doloranti piaghe se del mondo interessa solo e soltanto il funzionamento. Leggere Heidegger oggi dà l’occasione per porre il problema dell’essere forse con maggiore austerità che in altre occorrenze forse più gradite, glissando le pur suggestive e adatte mediazioni letterarie, passando per Hegel, Kant e Cartesio, risalendo a ritroso fino ad Aristotele (sagacemente ‘reinventato’ da Margaret Doody), a Platone (magnificamente ‘umanizzato’ da Matteo Nucci), a Omero (discutibilmente ‘americanizzato’ da Christopher Nolan).
Perciò interrogare l’essere è istanza fondamentale: è da sempre – dunque, antica – ed è per sempre, perciò moderna. L’opera “Essere e tempo” di Martin Heidegger giunge dopo ben cinquantacinque anni dalla prima versione proposta in Italia da Piero Chiodi in chiave ancora “esistenzialistica”, eppure pioneristica ed efficace, nell’edizione UTET del 1969, dopo che lo stesso curatore aveva tradotto l’opera nel 1953 per i Fratelli Bocca Editori; e giunge a distanza di oltre vent’anni dal rifacimento della proposta nell’edizione Longanesi del 2005 curata da Franco Volpi, seguita nel 2006 dalla pubblicazione nei Meridiani della Mondadori, tradotta e curata da Alfredo Marini.
L’anniversario heideggeriano servirà dunque a chiedersi – direbbe Kierkegaard con “timore e tremore” – che cosa ne è dell’uomo oggi, nell’età della tecnica in cui il pensiero calcolante ha disabilitato il pensiero meditante. È una domanda essenziale ed esistenziale (Seinsfrage) che pone innanzitutto un problema ontologico, giacché interpella l’uomo come essere autentico nel tempo, in quanto ente speciale non riducibile a mera strumentalità, bensì definito nel suo darsi temporale. Se l’essere di Heidegger è relegato in un regime di consustanzialità con il tempo, è definibile come l’esser-ci (il da-sein ben tradotto da Chiodi) nella sua naturale “apertura al mondo”.
Già nell’incipit di “Essere e tempo”, l’Autore chiarisce dopotutto di voler trattare la complessa e sfuggevole elaborazione della domanda circa il senso di “essere” e di dover assumere la categoria del “tempo” come l’unico orizzonte possibile entro cui comprenderlo. Un pensiero di obbligata gravosità che Eugenio Mazzarella richiamava dieci anni or sono nel suo noto saggio come necessità de “l’uomo che deve rimanere” (Quodlibet, Macerata 2017), quale resistenza da apprestare al dominio planetario della tecnica. Esautorata la natura e privata l’umanità della sua casa originaria, la tecnica ha di fatto provocato l’attuale “smoralizzazione del mondo”.
Sessant’anni fa – era il 23 settembre 1966 – Heidegger rilasciava un’intervista al settimanale tedesco ‘Der Spiegel’, rispondendo alle domande dell’editore e fondatore Rudolf Augstein e del redattore Georg Wolff. L’intervista è divenuta famosa per i chiarimenti dati dal filosofo sulle scelte operate nei confronti del regime hitleriano, ma desta interesse anche per alcuni motivi di una riflessione condotta ancora una volta sull’inefficacia dell’azione politica a fronte dell’invasività totalizzante della tecnica, allorquando tenti di modificare il destino dell’umanità. Come a dire: se il mondo interessa per il solo funzionamento; se il mondo è solo ciò che funziona, la fine dell’uomo è vicina. Colpisce che Heidegger abbia in quell’occasione dichiarato di essersi spaventato nell’osservare la foto della Terra scattata dalla Luna, ritenendola il segno del compiuto sradicamento dell’uomo. Un’osservazione che oggi suonerebbe di certo ovvia e ingiustificata. Eppure, in quell’inquietudine si coagula consapevolezza che la salvezza non è una forza esterna alla Storia, ma nasce laddove il cammino dell’uomo è più esposto alla minaccia, laddove l’esistenza conosce la crisi dell’esserci nell’impatto con il mondo. Più l’uomo sperimenta l’essenza del buio nel vuoto fondo dell’esistenza più s’accorge – se non sfuggirà al proprio destino – che la vita disperante è prossima alla sua essenza originaria, all’autenticità poetica del suo darsi. Che è luce.
L’illusione della tecnica – la visione o l’impianto (Gestell) con cui essa ingannerebbe l’uomo – sta tutta nel ridurre il mondo ad una realtà percepita come ‘modificabile’, tanto che la si inquini quanto che la si preservi. In entrambi i casi, si spande l’abbaglio di una perenne disponibilità della natura come quinta scenica, come un paesaggio che faccia da sfondo inerte al prometeico agire umano.
Gianni Vattimo – con Emanuele Severino tra i più eminenti studiosi di Heidegger in Italia – arriverà a correggere il tiro con un solo accento, dichiarando “L’essere è tempo” (1981). Un ritocco ortografico che ha diagnosticato la debolezza immedicabile della condizione umana in modo icastico e provocatorio; una rifinitura retorica che ha di fatto originato un lento e silente, non meno devastante, tsunami ideologico sulle sacre sponde della metafisica occidentale: la precarietà del pensiero dettata da “l’ordine della tecnica” ha sradicato la coscienza e l’ha atrofizzata.
È il tramonto dell’Occidente; è l’alba del “pensiero debole”.
Umberto Galimberti lo ripete da anni: la tecnica ha indotto l’uomo all’erranza senza meta, l’ha reso come il viandante smarrito nella solitudine mattinale di Nietzsche. Per lui l’unica opzione etica praticabile in un mondo indomabile è stringersi ai fatti e alle figure nella loro vacua processualità, incedendo in un paesaggio cangiante, costellato di rischi e pericoli a cui non è dato sottrarsi. Ecco perché abbiamo ancora bisogno di studiare Heidegger. Il filosofo di “Essere e tempo” l’aveva intuito sessant’anni fa meditando le piaghe del pensiero occidentale, osservando per caso quella foto scattata al di là della Terra. Confidò ai giornalisti tedeschi: “Ormai solo un Dio può salvarci.”
