I risultati delle prove INVALSI 2026, divulgati lo scorso 16 luglio con la presentazione a Roma del Rapporto nazionale, hanno restituito una fotografia allarmante degli apprendimenti in atto nella scuola italiana.
Svoltesi negli scorsi mesi di marzo-maggio, le prove hanno coinvolto circa 11.400 scuole: oltre 800.000 alunne e alunni di classe seconda e classe quinta della scuola primaria; circa 520.000 studentesse e studenti di classe terza della scuola secondaria di primo grado; oltre 1 milione di studentesse e studenti di classe seconda e classe finale della scuola secondaria di secondo grado.
La notizia più preoccupante rimbalzata sui social media è data dal notevole calo nei risultati di matematica conseguiti quest’anno dagli alunni della scuola primaria rispetto agli anni precedenti.
Ci si chiede: perché i bambini di oggi si mostrano ‘inabili’ nel cogliere le relazioni tra i numeri o nel misurare le figure nello spazio?
Bella domanda. Diremo con Georg Cantor che è un problema da delimitare con maggior riguardo di quanto ne porremmo se tentassimo sur un coup de tête di risolverlo.
La sentenza: quasi il 40% dei bambini frequentanti la scuola primaria non ha conoscenze matematiche di base. Più che una sentenza è un problema. E già è un principio. Ma non è un problema di numeri. I bambini non sarebbero capaci di praticare quella che Einstein chiamava “la poesia di idee logiche”.
È un dato eclatante che – invero con altri dati già monitorati da qualche anno – interroga la comunità internazionale e sollecita riflessioni ulteriori sul grado e sulla qualità delle competenze di base acquisite dagli studenti della scuola primaria, ma anche nella scuola secondaria di primo grado.
Eppure, una delle sfide avvertite con urgenza in pressoché tutti i sistemi educativi europei è la sperimentazione di modelli didattici che garantiscano basi solide nell’alfabetizzazione linguistica e nella comprensione testuale, come anche nella logica, per l’appunto nell’operatività matematica e nell’argomentazione scientifica. L’obiettivo europeo è ambizioso: ricondurre al di sotto della soglia del 15% entro il 2030 la quota degli studenti con scarso rendimento nelle competenze di base in uscita dal primo ciclo di istruzione. Va da sé che per riuscirci occorrono iniziative altrettanto ambiziose, azioni integrate in una riforma di sistema che nella lunga durata facciano registrare esiti diversi, si spera migliori.
L’infausto responso nazionale impone di ricentrare l’attenzione sulle finalità educative ultime, da lumeggiare in una più estesa disamina storico-culturale. La complessità del tema suggerirebbe una ‘virata’ pedagogica per evitare di commettere quello che Antonio Damaso, in un suo fortunato saggio, segnala come “l’errore di Cartesio”: separare l’agire razionale dalla funzionalità emotiva. Perché la matematica non è solo questione di numeri, dal momento che questi – strano a dirsi, ma Wittgenstein sarebbe d’accordo – non sono fondamentali per la matematica.
Diciamolo con franchezza: l’esito delle Prove INVALSI sprona a testare il dato per oltrepassarlo, esigendo dagli adulti – prima che dai bambini – un esame di ampio respiro.
Se è vero che i bambini non sono capaci, come sembra, di esercitare le funzioni logiche richieste nell’ordinaria attività matematica, nel chiederci perché ciò accade dovremmo innanzitutto ammettere che quest’allarmante evidenza ha un’estensione ed una portata tali da non autorizzare risposte affrettate. Occorre intavolare questioni sociologiche e scomodare finanche quelle antropologiche per infrangere il perimetro entro cui è solitamente liquidato il giudizio sul rapporto tra qualità dell’istruzione formale e grado di sviluppo delle società avanzate. Solo in questo modo le soluzioni agli angosciosi dilemmi risuonanti nella comunità scolastica e sbrigativamente liquidati in essa potrebbero palesarsi anche altrove. Si pensi ai contesti familiari fragili e all’arduo dialogo tra le generazioni; al vissuto – virtuale e reale – di tanti bambini ‘sommersi’ e alle solitudini invisibili degli adolescenti che saranno; al tempo del post-scuola diversivo e ‘divertente’ (cioè etimologicamente ‘distraente’) e al deficit attentivo procurato dall’iperattività ininterrotta di un’urbanità sviante. E si pensi anche all’irrisolto nodo centro-periferia, alla carente animazione di prossimità, alla risacca demotivante delle povertà educative. In quest’ottica, i libri di Francesco Erbani sul futuro delle città interpellano il presente della scuola più di quanto appaia. Ad iniziare dal suo ultimo “Il mestiere di educare” (Donzelli Editore 2026), introdotto – guarda un po’ – da chi, come Marco Rossi-Doria, di educazione s’intende. Perché tutto è connesso. Bisogna avere la pazienza di capire come. E farlo tutti insieme. Gregory Bateson ha ancora molto da dirci.
Si corre intanto il rischio di soffocare ogni ragionevole deduzione nel groviglio del semplicismo, quello che fa presto a spiegare il “datum” a colpi di “incertum” per concludere – con la tronfia retorica dei pressappochisti – che l’ignoranza dei bambini in matematica è indice tout court di un’inadeguata azione didattica svolta a scuola. Nulla di più sbagliato; nulla di più ingiusto.
La notizia di questi giorni non è che le prove INVALSI sono andate male o che gli studenti italiani non sono bravi in matematica. Questa è la diagnosi. La notizia è che i nostri bambini mostrano di non essere allenati nel ragionamento logico, come se cedesse in fretta il processo cognitivo che consente alla mente di legare una premessa ad una conclusione, che sia per induzione, deduzione o abduzione. Qui l’incertum provoca legittimamente la dialettica del dubbio: non è che sia saltata la sintassi dello studio, ad iniziare da quello individuale, a furia di tentare ‘scorciatoie’? Questa è la malattia: non riuscire a problematizzare la realtà, in quanto il ragionamento costa fatica, richiede tempo nell’annodare le fila ed esige pazienza nel tramarle in un discorso coerente. Una cosa è ‘correre’ senza meta lungo le strade di una vita inconcludente; altra cosa è ‘discurrere’ tra punti diversi di quella costellazione di senso che sarà la tua vita. È una lezione di matematica esistenziale che possono impartire ai bambini solo i maestri ed i genitori, insieme, quando fanno cordata.
Inutile girarci attorno: le prove INVALSI – piacciano o no – aiutano a dare peso ai dati. Ma occorre accettare le evidenze critiche ed ipotizzare le soluzioni più ragionevoli per agire di conseguenza. Imparando ad imparare. Perché la Scuola pone il problema da affrontare, non è il problema di cui diffidare. In fondo, aveva ragione Roberto Gervaso: “Non è la malattia che ci spaventa, ma la diagnosi”.
