“Io non sono un medico, sono un batteriologo. Non sono laureato in Medicina e Chirurgia, ma sono un dottore in agraria. E’ vero che nel 1952 mi hanno dato il premio Nobel per la Medicina, ma non sono un patologo, sono soltanto un microbiologo.” Così scriveva Selman Waksman nel suo libro “La mia vita con i microbi”. Una confessione, una testimonianza di umiltà.
Al nome di Waksman è legata una delle pagine più importanti della lotta contro il male. Nato in Russia nel 1888, Waksman emigra negli Stati Uniti nel 1910 e diventa, sei anni dopo, cittadino americano. Quando nel 1952 i giornali di tutto il mondo parlano di lui come del “vincitore della tubercolosi”, questo scienziato dalla proverbiale modestia scoraggia l’enfasi di molti giornalisti, dichiarando: “Attribuire soltanto a me il merito della vittoria che la scienza medica ha riportato sulla tubercolosi sarebbe come cancellare di colpo dalla Storia della Medicina sessant’anni di sforzi e di brillanti progressi: i nomi di Pasteur, di Koch e di Ehrlich rappresentano sempre il punto di partenza di ogni seria ricerca.”
Quello che è indiscutibile è il contributo di Waksman a questa lotta: è lui a mettere a disposizione della Medicina il primo ritrovato realmente efficace contro il bacillo di Koch: la streptomicina. Già Fleming ha dato al mondo la penicillina, ma è per le straordinarie proprietà antitubercolari del nuovo farmaco che la malattia riceve il colpo decisivo e le percentuali di mortalità precipitano quasi a zero. Ancora in quell’anno, nel 1943, un malato su sette moriva di tubercolosi e si ipotizzava un dopoguerra disastroso, quando si fossero manifestate negli organismi le devastazioni che le sofferenze e le privazioni del lungo conflitto avevano provocato. Invece la scoperta della streptomicina muta radicalmente queste tremende previsioni.
Da questo momento la tubercolosi come piaga sociale è vinta. Scompare quella che era stata fino ad allora l’immagine drammatica e romantica del “mal sottile”.Così i poeti chiamavano nell’800 la tubercolosi, romanticamente: era la malattia degli amanti disperati, dei giovani infelici. Che lo fosse anche dei tuguri, delle soffitte, della miseria sembrava importare assai meno. Dunque, malattia dei quartieri alti e della società turbinosa. Tempeste di passione, esili artisti trasognati esposti nel freddo inverno alla terribile tosse, dame belle e viziose, giovanette esangui e innamorate che si premevano il gracile petto.
Si conclude una intera stagione letteraria: quella dei pallidi poeti squassati dalla tosse, quella delle soffitte miserabili e fredde dove geni incompresi compongono tra scialli e scaldini le immortali melodie di domani, quella delle baldorie interrotte dagli scoppi di tosse, dei medici che scuotono il capo al capezzale di bellissime esangui. Si conclude la stagione dei grandi sanatori, resa celebre dalla “Montagna incantata” di Thomas Mann.
Il terribile morbo aveva stroncato le vite di un gran numero di artisti, di scrittori, di musicisti: le sorelle Bronte, E.A.Poe, R.L. Stevenson, Kafka, D.H.Lawrence, Modiglioni Mozart…anche la famosa Margherita Gauthier, la signora dalle camelie immortalata da Dumas, si era spenta tra le braccia dell’amante che pure le aveva promesso il sole e il mare per guarire. Tutti presi di mira dalla romantica falcidia.
La streptomicina e molti altri antibiotici oggi conosciuti sono strettamente legati al nome di Waksman, questo ricercatore disinteressato che ha rinunciato ai milioni di dollari che le sue scoperte gli avrebbero fruttato: una incalcolabile fortuna che egli ha preferito destinare alla ricerca. Questo batteriologo che ha voluto accertare per quale ragione le piante riescono a difendersi da germi micidiali: selezionando muffa da muffa, riesce a dosare il potere antibatterico di ciascuna di esse finchè, nel settembre del 1942, riesce ad ottenere da un attinomiceto anaerobio, lo streptomyces griseus, una sostanza idrosolubile dalla spiccata attività antimicrobica. Waksman aveva saputo cercare nella terra la salvezza per milioni di uomini.
Nel 1946 viene scoperto in Svezia un nuovo preparato antitubercolare, il PAS,che, associato alla streptomicina, è in grado di distruggere i germi streptomicino-resistenti. Qualche anno dopo, nel 1952, la scoperta dell’ INAH chiude il ciclo. L’inah è infatti capace di annientare quei germi che fossero riusciti a sfuggire sia alla streptomicina sia al Pas. Si capisce quindi che l’avvento di questi tre farmaci ha avuto come risultato – unito alla possibilità di diagnosi offerte dalla radiologia e dalle analisi di laboratorio – dapprima il blocco della diffusione del male, e poi la sua straordinaria rarefazione e la certezza della guarigione in chi ne è colpito.
A Pavia e a Roma ci sono due ospedali intitolati a Carlo Forlanini, come è giusto. Ancora oggi hanno fama internazionale. Erano dedicati al ricovero e alla cura dei malati di tubercolosi. Renato Morelli, un grande clinico di Scuola Pavese, allievo di Forlanini, ne fece dei centri così avanzati nella lotta alla TBC, che venivano a studiarvi e a specializzarvisi studenti e medici da ogni parte del mondo. Due glorie nazionali. La chirurgia toracica praticata in questi due Istituti era famosa dovunque.
Oggi non ospitano più malati di tbc. Fosse per i tubercolotici potrebbero chiudere.
