A prima vista economia e psicologia sembrano appartenere a mondi differenti. La prima viene associata ai numeri, ai mercati, ai bilanci e agli investimenti; la seconda alle emozioni, ai comportamenti, alle relazioni e alla conoscenza di sé. Eppure, osservandole più da vicino, le connessioni sono numerose e profonde.
Non è raro, infatti, che chi ha studiato economia sviluppi nel tempo una forte curiosità verso la psicologia. Le due discipline condividono una caratteristica importante: entrambe cercano di comprendere perché accadono determinate cose, quali elementi le influenzano e quali conseguenze possono produrre.
Studiare economia non significa soltanto imparare a fare calcoli o leggere un bilancio. Significa allenare la mente a osservare sistemi complessi, mettere in relazione variabili differenti, formulare ipotesi, riconoscere cause ed effetti, valutare rischi, risorse e opportunità.
Di fronte a un’impresa in difficoltà, per esempio, un economista non dovrebbe fermarsi al dato finale. Un calo dei ricavi rappresenta soltanto il punto di partenza. Occorre chiedersi che cosa lo abbia provocato, quali fattori abbiano contribuito alla situazione e quali cambiamenti possano modificarla.
Un procedimento sorprendentemente vicino a quello necessario per comprendere molte situazioni umane.
Anche un comportamento può essere considerato il risultato visibile di numerosi elementi meno evidenti: esperienze precedenti, paure, convinzioni, bisogni, aspettative, ambiente familiare e sociale. Limitarsi a giudicare ciò che una persona fa significa osservare soltanto il risultato finale. Comprendere significa invece provare a leggere ciò che esiste dietro quel comportamento.
Ed è proprio qui che economia e psicologia iniziano a incontrarsi.
La formazione economica abitua anche a considerare gli equilibri. In un sistema, la modifica di una variabile può produrre conseguenze su molte altre. Qualcosa di simile accade nella vita delle persone. Un piccolo cambiamento può modificare progressivamente un intero equilibrio: imparare a dire di no, affrontare una paura, interrompere un’abitudine, cambiare ambiente o prendere finalmente una decisione rimandata da anni.
Esiste poi un altro grande punto di incontro: la capacità di decidere.
Per molto tempo l’economia tradizionale ha descritto l’essere umano come un soggetto prevalentemente razionale, capace di scegliere ciò che fosse più conveniente per i propri interessi. La realtà ha dimostrato quanto questa visione fosse incompleta.
Le persone non prendono decisioni soltanto attraverso la logica. Paura, desiderio, abitudini, convinzioni, esperienze precedenti e percezione del rischio influenzano continuamente le scelte. È proprio da questa consapevolezza che si è sviluppato uno dei collegamenti più interessanti tra economia e psicologia: l’economia comportamentale.
Ma il rapporto tra queste due discipline può essere osservato anche in un’altra direzione.
Chi ha una formazione economica spesso possiede una particolare capacità di analisi, perché è abituato a non isolare un elemento dal contesto. Questo non significa naturalmente che un economista possa sostituirsi a uno psicologo, ma che il metodo acquisito negli studi economici può diventare uno strumento utile per leggere anche alcune dinamiche della vita.
Se una persona continua, per esempio, a ripetere lo stesso tipo di relazione, a rimandare continuamente una decisione importante oppure a rimanere in una situazione che le procura sofferenza, il comportamento rappresenta soltanto il dato visibile.
La domanda più interessante diventa allora: che cosa sostiene quel comportamento?
Quale paura? Quale convinzione? Quale bisogno? Quale vantaggio, magari inconsapevole, viene mantenuto attraverso quella scelta?
È un procedimento non troppo diverso da quello utilizzato quando si analizza un problema economico: il dato non viene ignorato, ma viene inserito in un sistema più ampio.
Esiste poi una parola profondamente economica che può essere utilizzata anche nella crescita personale: risorsa.
Il denaro è una risorsa, ma lo sono anche il tempo, l’energia, l’attenzione, le competenze, le relazioni e la creatività. Tutte possono essere investite bene oppure disperse. Possono generare valore oppure essere impiegate continuamente in situazioni che non restituiscono nulla.
Anche nella vita, quindi, esiste una sorta di economia invisibile.
Ogni persona dispone di un patrimonio fatto non soltanto di beni materiali, ma anche di capacità, esperienze, tempo ed energia mentale. E proprio come accade in un bilancio, diventa importante comprendere dove queste risorse vengono utilizzate e quale risultato producono.
Da questa contaminazione tra discipline nasce anche l’Econolismo®, ideato da Patrizia Bonaca, un approccio che invita a considerare la persona come un sistema complesso nel quale risorse materiali e immateriali sono continuamente collegate.
Forse, allora, economia e psicologia sono molto meno lontane di quanto sembri.
Entrambe osservano comportamenti, decisioni, risorse, equilibri e conseguenze. Cambiano gli strumenti e cambia l’oggetto dell’analisi, ma rimane una domanda comune: che cosa sta realmente accadendo dietro ciò che appare?
Ed è forse proprio questa attitudine alla ricerca delle cause, delle connessioni e degli equilibri a spiegare perché tante persone formate nell’economia finiscano, prima o poi, per appassionarsi anche alla psicologia.
